L'istruzione del popolo della Rete: classi senza muri e confini Il Sole 24 Ore
Stefano
28/6/2006
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“E’ il meccanismo del guadagnarsi ‘da vivere’ rispondendo a quesiti e risolvendo problemi che affascina i ragazzi” dice a proposito del successo di Whyville Jeff Cooper, specialista in Tecnologia per l’Istruzione e un passato da progettista di Multi-User Virtual Environments (MUVE) per vari istituti scolastici fra cui la Pacific University. “D’altronde se imparare è il loro ‘lavoro’ perché non pagarli, seppur fittiziamente e in un’economia virtuale?” ammicca Cooper. Ma al di là della veste particolarmente azzeccata della “Città dei Perché”, l’elemento sottostante la potenzialità dei MUVE è la loro capacità di “abbattere le mura di una classe, i confini di uno Stato e le tradizionali barriere che di solito separano i ragazzi in un’attività che è eminentemente ‘collaborativa’ quale è e deve essere l’apprendimento”, dice Cooper. L’altro fattore fondamentale di attrazione dei ragazzi – e dei genitori, che restano attori primari nella scelta delle opzioni educative dei figli – è “la percezione di un ambiente sicuro fornito dai MUVE per lavorare online e relazionarsi virtualmente”, l’opposto di quanto si tende a pensare di strumenti di social network alla “MySpace”.
“Ma siamo solo agli inizi”, dice Cooper, “gli scenari che i MUVE e strumenti affini possono aprire per l’istruzione del futuro di quella che oggi cominciamo a chiamare ‘wired generation’ sono più che mai incoraggianti”. L’evoluzione sarà tale per cui imparare diverrà davvero un’attività globale: “man mano che la tecnologia migliora e il numero degli utenti aumenta possiamo pensare a situazioni in cui uno studente prepara lavori in una lingua e chi ne fruisce li ‘riceve’ in un’altra. O in cui la valutazione della preparazione avviene non con test quantitativi o esami ‘spot’ ma sulla base di un portfolio online (una sorta di CV scolastico ma non solo, multidisciplinare e multimediale, archiviato sul Web – per un esempio si veda www.osportfolio.org, ndr). O infine in cui i corsi e “le classi” si determineranno non sulla base della localizzazione geografica ma riflettendo davvero interessi e capacità di chi li deve seguire”.
Stefano Gulmanelli
Link: http://www.freewebs.com/jeffcooper
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segnalazioni e commenti
"Questo" Sudafrica...
No, questo Sudafrica non lo troverete nell’attualità delle cronache dei mondiali. Questo Sudafrica –quello che Arianna Dagnino mette a fuoco nel suo "Fossili" (lo pubblica Fazi)- è quello delle violente contraddizioni di Johannesburg ma anche del deserto del Kalahari e dei boscimani, delle esplorazioni alla ricerca delle origini della vita, in definitiva del mescolamento fra culture magiche e culture neometropolitane. Metteteci anche un delitto e una storia d’amore, e il ripensamento dell’identità bianca in un paese africano, e metteteci che tutto questo è raccontato al femminile, e abbiamo un romanzo che potremmo definire di avventura antropologica, il respiro serrato dell’azione che si mescola con quello ampio dei luoghi e della storia.
Così Franco Bolelli sulle pagine di "Tutto Milano" (la Repubblica) ha parlato del mio "Fossili". [link]
links
Mr Palomar , "Fossili" e i "nomadi culturali"
Fabrizio Pecori, deus ex machina del blog sulla geografia emotiva Mrpalomar (chiaro omaggio a Italo Calvino), parla del romanzo "Fossili" (Fazi Editore) come di una lettura adatta ai "nomadi culturali". Mi ritrovo molto in questa definizione, che si adatta anche alle mie attuali ricerche sul "romanzo transculturale". [link]
Italians in Fuga: un'intervista
Il sito di Italians in Fuga ha pubblicato un'intervista ad Arianna sulla scelta di trasferirsi agli antipodi, su cosa ha imparato nella sua vita australiana e su quali sorprese le ha riservato il quinto continente.
Testo integrale:
http://www.italiansinfuga.com/2010/06/03/laustralia-vista-da-una-nomade-italiana/ [link]
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