Traduzione dal francese: 'Passione d'Africa'
Mondadori 2000
Arianna


Dall'originale francese, "Ma Passion Africaine", la storia di una donna che sposa il capo tribù di una comunità del Camerun ed entra nel suo harem, scegliendo di trascorrere la sua vita in questo angolo d'Africa. Il resoconto della sua esperienza è soprattutto un canto d'amore per una terra e per un intero popolo.

Primo Capitolo:
- E il capo, quante altre mogli aveva oltre a lei? Quando lei l’ha sposato ne aveva già dieci, venti, cinquanta?
Non lo so. Venticinque all’incirca. Non si teneva una contabilità. Alcune restavano presso la chefferie tutta la vita, altre se ne andavano dopo qualche mese, o qualche anno. In realtà, non so quante fossimo. Fra le mogli mie compagne ve n’erano alcune che amavo e che sono rimaste mie amiche anche dopo la morte di nostro marito. Altre che mi erano indifferenti. Altre ancora che ho dimenticato.
- Ma come ha potuto lei, una donna bianca, una francese, d’origine protestante, laureata, divorziata, madre di due bambini – anche loro francesi – vivere quasi dieci anni dentro un…
Dentro un “harem” vuole dire? Un “gineceo”? In Camerun una chefferie non ha nulla a che vedere con l’immagine di famiglia poligama che si ha in Occidente. Perché ho sposato il capo tribale dei Bangangté? Perché l’amavo, tutto qui. E poi, questo tipo di domande la gente non se le pone nel mio Paese, in Africa non ci si pensa. Lei provi a chiedere a un africano:
- Che ci faceva questa donna bianca in una chefferie poligama?
Le risponderà semplicemente:
- Dio solo lo sa.



Per gli africani nessuno è padrone del proprio destino. Non c’è alcun bisogno di cercare spiegazioni, di analizzare. Dio solo lo sa. Ottenere la saggezza è molto più importante che perseguire la conoscenza. D’altronde, sono veramente bianca io? Sono veramente francese?

Bangangté è il mio villaggio natale. In realtà non dovrei definirlo natale, perché ho visto la luce nel giugno del 1943 trecento chilometri a sud-ovest di Bangangté, nel grande porto camerunese di Douala. Solo quando ebbi compiuto tre anni i miei genitori si stabilirono a Bangangté. Ci passai la mia infanzia. Poi trascorsi, nei diciotto anni successivi, l’adolescenza e la giovinezza in Francia. Infine tornai a casa, in Africa, ormai laureata, divorziata e madre di due bambini. Qui mi sposai col capo del mio villaggio, Njiké Pokam François, e trascorsi altri dieci anni della mia vita nella chefferie, in compagnia delle altre mogli…

Ora, vedova e madre di altri due bambini, coltivo il mio campo, come Candido il suo giardino – Candido, in latino, vuol dire bianco -, nel cuore della mia terra natale. La mia pelle è bianca. In realtà, non lo è più molto, perché è abbronzata, scurita dai lavori e dalle giornate passate sotto il sole d’Africa. Eppure quando ero piccola – e ancora adesso -, con le mie amiche prendevamo in giro i “bianchi, perché il loro atteggiamento, il loro modo d’essere e di vivere ci sembravano strani, incredibili. Ma l’aggettivo “bianco” con cui li definivamo non riguardava solo il colore della pelle. Lo si potrebbe tradurre con “straniero”, o meglio ancora con “europeo”, non saprei. La mia pelle era bianca ma per tutta l’infanzia io mi sono sentita nera nel cuore, il mio modo di guardare alla vita era quello di una nera. Parlavo il bangangté. Quindi, ero nera. Non mi sentivo diversa dalle mie piccole compagne di scuola, dalle mie “sorelle”. Soprattutto, non avevo alcun desiderio di vivere, un giorno, come i bianchi.

Si potrebbe dunque dire che ero africana. E che lo sono ancora. Africana, ma è proprio così”? L’accanimento nel cercare di incasellarmi in questa o quella categoria, l’ansioso tentativo di dimostrare che ogni situazione è il risultato finale di una concatenazione logica di eventi, mi sembra un atteggiamento intellettuale tipicamente europeo. Di rigorosa educazione protestante, sedotta da studi di scienza e filosofia, quasi arrivata a divenire membro di un’associazione geografica, possiedo ancora più o meno consapevolmente tutto quel bagaglio protestante e universitario che fa di me una bianca, un’europea, una francese, e non solamente per cittadinanza. Tuttavia, sono ugualmente, contemporaneamente africana, camerunese, nera. Non vi è alcun sdoppiamento della personalità, alcuna incompatibilità. La mia vita, il mio destino hanno saputo tessere dei legami stretti, indissolubili, tra i miei due universi. E’ così“. Dio solo sa perché.
Sono una Bangangté, ne parlo il dialetto quale seconda lingua madre, vivo nello stesso modo in cui vivono le altre donne di questo paese, coltivo questa terra che amo, nella quale affondano le mie radici.

Bangangté non è tutto il Camerun, non è tutta l’Africa. Così come Cognac e la Charente, dove ho trascorso la mia adolescenza, non sono tutta la Francia, tutta l’Europa.
In Occidente si ha una visione tragica dell’Africa. Visione o quanto! giustificata dalle immagini di guerre, carestie, siccità, di campi-profughi e città cresciute come funghi, oppresse dalla miseria. Spesso, a queste immagini si sovrappongono i cliché paradisiaci della vita selvaggia, quella dagli animali magnifici inseriti in paesaggi lussureggianti, sempre minacciati dall’uomo. Ma vi sono tante altre immagini, tante altre Afriche, dalle coste mediterranee al capo di Buona Speranza, da Dakar all’oceano Indiano.
Di tutte queste Afriche non conosco che una porzione infinitesima, il Camerun; e all’interno di questa frazione, la regione bamiléké, il Bangangté.
Mancano tre paragrafi



COLEI CHE TESSE LEGAMI

- Con un uomo capace di fabbricare delle casse simili, lascerei andare mia figlia anche in capo al mondo!
Fu così che mia nonno materno salutò sua figlia Yvette e Charles Bergeret, marito di lei, ventiquattrenne, che partivano per il Camerun. Quelle casse dovevano essere senz’altro costruite molto bene, perché mio padre sapeva fabbricare qualsiasi cosa con le mani. Non si dilettava semplicemente con il bricolage, era un vero e proprio costruttore. Era nato in Nuova Caledonia, dove suo padre, Etienne Bergeret, operava come misssionario prostestante. Sostenne gli esami per il diploma di licenza media superiore al liceo La Pérouse, a Nouméa. Poi si prese un anno sabbatico e navigò per il Pacifico, a bordo di un’imbarcazione che aveva costruito lui stesso. Alla fine di quell’anno d’avventure, scoperte e grandi spazi decise di divenire un pastore d’anime, come il padre. Partì dunque per dedicarsi agli studi di teologia a Ginevra, il paese di sua madre. Venne quindi mandato a Nantes, ad affiancare il pastore di laggiù. Fu là che incontrò mia madre, Yvette Guiton, una giovane assistente sociale ventiseienne, figlia anch’essa di un pastore che aveva fatto il missionario in Lesotho.
Poco tempo dopo il loro matrimonio, nel 1937, mio padre fu inviato in Camerun dalla Società delle missioni evangeliche di Parigi. Non sbarcava in terra sconosciuta, poiché i suoi stessi genitori vi erano stati assegnati dal 1917 al 1921, nel periodo compreso tra i loro due soggiorni in Caledonia, per rimpiazzare i missionari tedeschi appena cacciati dalle truppe inglesi e francesi.
I miei genitori dovettero restare a Douala il tempo necessario per apprendere la lingua, i costumi del paese; in breve, per acclimatarsi. Mio fratello maggiore Jean-Pierre vi nacque nel 1938. Fu in questa stessa città portuale, dove regna costantemente un calore pesante, ovattato, dove il sudore non si asciuga mai, che vidi la luce, cinque anni dopo, il 5 giugno 1943, nell’ospedale europeo costruito dai tedeschi all’inizio del secolo.
Il Camerun era stato infatti una colonia tedesca fino alla fine della Prima guerra mondiale. Nel 1919 il paese venne affidato alla Francia dalla Società delle Nazioni. Le sue frontiere, come quelle della quasi totalità dei paesi africani, erano state disegnate e poi ridisegnate, con la matita e il righello di un pugno di diplomatici e di uomini d’affari inglesi, francesi, portoghesi, spagnoli, belgi, tedeschi, italiani, secondo i destini delle guerre europee, degli interessi finanziari o strategici. Quanto all’interesse delle popolazioni locali, autoctone…
Non credo che al momento di quel furioso rimescolamento di confini le circa duecentoventi tribù, etnie o chefferie camerunesi, ognuna caratterizzata da una propria lingua, costituissero la maggiore preoccupazione delle potenze coloniali. Dopo la vittoria del 1918 il Camerun divenne in gran parte un possedimento francese. L’età d’oro del colonialismo poteva cominciare.
Ignoro se i missionari cattolici e protestanti si fossero anch’essi ripartiti i loro territori d’evangelizzazione. Nel corso di tutta la mia infanzia a Bangangté, però, rammento di aver incontrato un solo prete bianco che andasse a trovare volentieri i miei genitori. Ad ogni modo, non ho mai dato alcuna importanza all’appartenenza religiosa della gente che mi capita di conoscere. Mi sorprende sempre quando qualcuno dichiara: “Sono protestante, battista o pentecostista, cattolico o ebreo, musulmano o ateo…” Non è questo che gli chiedo. In verità, non gli chiedo niente.
Quando scoppiò la guerra, nel 1939, i miei genitori si ritrovarono bloccati a Douala. Il Camerun fu la prima colonia francese d’Africa a schierarsi, a partire dal 22 agosto 1940, con la Francia libera e con de Gaulle. Poco dopo la mia nascita, nel 1943, mio padre, mobilitato come cappellano, part“ per l’Algeria, partecipò allo sbarco in Provenza e poi, passando per Parigi e Strasburgo, fece la campagna tedesca. Mia madre, mio fratello e io lo raggiungemmo all’inizio del 1945 con la prima nave in partenza, in realtà un convoglio scortato da navi da guerra incaricate di intercettare mine o sottomarini nemici. Il viaggio fino a Marsiglia durò due mesi. Non ne serbo naturalmente alcun ricordo; all’epoca non avevo ancora due anni. Non ho ricordi nemmeno dell’anno trascorso con mio fratello Jean-Pierre presso la famiglia di mia madre, a Paramé, nelle vicinanze di Saint-Malo, mentre lei seguiva suo marito nei vari spostamenti. Non rammento altro se non gli aneddoti che i genitori raccontano e che in genere si finisce per credere frutto della propria memoria.

- Didi va alla spiaggia.
E’ con questo diminutivo di “Claudie” che tutti chiamano la bambina di appena trenta mesi che io sono.
- Didi va alla spiaggia.
Esasperata da questa frase che ripeto per la decima volta, mia nonna mi apre la porta, pensando che io voglia andare a giocare fra i mucchi di sabbia nel cortile della fattoria. Me ne vado, spingendo la mia carriola. Verso la spiaggia, quella vera. Dopo un paio di chilometri una signora, assolutamente meravigliata nel vedere una bimbetta, sola, che cammina con la ruota della sua carriola infilata nella rotaia del tram, mi chiama, mi s’avvicina, cerca di trattenermi. Ma non c’è niente da fare, Didi va alla spiaggia. Finalmente la signora riesce ad attirarmi in casa sua mostrandomi un gattino. Cerca di sapere chi sono, da dove vengo. La cosa va avanti per due ore, finché entra una vicina e riconosce in me “la nipotina di madame Yvonne.
Molto più tardi mia nonna mi confidò che le avevo fatto prendere il più grande spavento della sua vita; la spiaggia in questione, come molti dei campi e delle lande lungo le coste della Normandia, era piena di mine: durante lo sbarco degli alleati i combattimenti e i bombardamenti erano stati terribili nei dintorni di Saint-Malo.
Ancora adesso penso di assomigliare molto a quella bimbetta. Ogni volta che ho preso una delle decisioni determinanti che hanno cambiato il corso della mia vita: divorziare, ritornare in Camerun, sposarmi con il capo bangangté, niente e nessuno sono riusciti a farmi cambiare idea. Sono sempre Didi, che spinge la sua carriola lungo le rotaie del tram diretta alla spiaggia, attraverso i campi minati. E non sarà più un gattino a farmi deviare dalla mia rotta.

Nel 1946, dopo la nascita di mia sorella Mireille, la famiglia del pastore Bergeret, cos“ accresciutasi, ripart“ per il Camerun. Dopo un breve soggiorno a Ntolo, centocinquanta chilometri a nord di Douala, mio padre venne assegnato alla circoscrizione di Bangangté. Doveva rimpiazzare il pastore Dieterlé, che aveva fondato, sei anni prima, la missione di Mfetom, sulle terre donategli dal capo Njiké II, nonno del mio futuro marito.
Avevo tre anni.
L’altopiano bamiléké si estende nella provincia occidentale del Camerun, su una superficie di 8200 chilometri quadrati, pari più o meno a quella dell’Alsazia. I suoi rilievi, però, evocano piuttosto quelli del Massiccio Centrale, ma raggiungono un’altitudine che varia dai 1400 ai 2000 metri. I paesaggi sono formati da un viluppo di colli ammantati di foreste, di boscaglie, valloni sul fondo dei quali scorrono torrenti, stagnano acquitrini e paludi. A volte nella stagione secca queste acque scompaiono. Allora la terra rossa si solleva in mulinelli di polvere che s’incrosta nei muri delle case e ricopre la vegetazione con una pellicola color ocra. Lungo il confine orientale, questo altopiano gibboso, per un tratto, digrada in un declivio più o meno dolce, rivestito di foreste e di erba alta, verso il fiume Noun.
La regione bamiléké è densamente popolata: in media si hanno centoquaranta abitanti per chilometro quadrato. Un tempo, prima della colonizzazione, buona parte della gente si concentrava – così come i mercati e i commerci – intorno alle chefferie, entità socio-politiche e religiose con diritti di sovranità comparse nel XIV secolo; queste accrebbero man mano il loro potere fino a raggiungere l’apoteosi due secoli più tardi. Allora costituivano dei piccoli Stati, indipendenti gli uni dagli altri. Le loro tradizioni erano simili, ma ognuna aveva la propria lingua. Cos“, a meno di non averla appresa, gli abitanti di chefferie limitrofe non erano in grado di comprendere il Bangangté. La regione bamiléké conta ancora oggi, per l’esattezza, 106 chefferie.
Quando arrivarono i primi bianchi, i capi tradizionali, “custodi” delle terre degli antenati, offrirono loro la sommità di qualche collina. Il potere coloniale non li destitu“, ma prefer“ indebolirli progressivamente, evitando conflitti frontali. Oggi, dopo più un secolo di presenza europea e 36 anni d’indipendenza sotto l’egida di uno Stato centralizzato, i legami che uniscono i capi tradizionali al loro popolo restano profondi, indistruttibili, anche se l’aspetto “temporale” del loro potere è considerevolmente diminuito.
A partire dalla fine della Prima guerra mondiale, sulla sommità dei colli offerti dai capi tradizionali iniziarono a sorgere gli edifici amministrativi, l’ufficio postale, il commissariato, la scuola pubblica. Su altre alture, crebbero le missioni. A poco a poco, in modo molto naturale, su queste colline del potere bianco si trasferì anche una parte della popolazione, che lasciò i dintorni delle chefferie o la boscaglia, attirata dagli impieghi salariati e da nuovi commerci. Cos“ il villaggio di Bangangté si spostò, per svilupparsi lungo i fianchi della collina “amministrativa”. La chefferie e l’agglomerato abitativo divennero due entità ben distinte: un paio di chilometri separano ancora oggi l’uno dall’altra. E l’unico collegamento fra i due è una carrozzabile che si snoda seguendo il profilo delle colline.




In quel giorno del dicembre 1946 una pista di terra rossa, orlata di eucalipti e piante di sisal, ci condusse fino alla sommità della collina di Mfetom - uno di quegli innumerevoli poggi che come quinte di teatro compongono la regione bangangté - sulla quale sorgeva la missione. Questo centro d’evangelizzazione protestante al tempo era costituito dall’abitazione del pastore, dal tempio e da un abbozzo di scuola elementare - tre casupole costruite con mattoni di terra e tetto di stoppie.
Mio padre, il costruttore, si fregò le mani: aveva abbastanza pane sulla tavola per offrire a tutte quelle genti quelli che egli credeva fossero i vantaggi della civiltà. Della sua civiltà.
Lui e mia madre volevano soprattutto portare fra loro l’Evangelo, la “buona novella”. Giammai, credo, per tutto il tempo in cui i miei genitori vissero in Camerun, essi dubitarono della validità della loro missione, o del fatto che fossero stati inviati così lontano dal loro Paese natale da Dio in persona e fossero al Suo servizio. “L’uomo propone, Dio dispone”, dicevano. Non avevano fatto altro che rispondere alla Chiamata che avevano ricevuto.
Da quattro secoli, le famiglie Bergeret e Guiton – da parte di mia madre – erano discepole di Calvino, e contavano numerosi pastori. Uno di questi, Jean Guiton – niente a che vedere col filosofo cattolico -, era sindaco di La Rochelle quando Richelieu assediò la città.
I miei genitori si erano spinti fin laggiù per volere di Dio, per la fede. Tuttavia, non ho mai visto sulla scrivania di mio padre l’appunto per una predica, ma solo cifre, piani, progetti di costruzione per la missione e il collegio. Lo si trovava ben più sovente nei suoi cantieri che al suo scrittoio.

La cima ampia, dolcemente bombata della collina di Mfetom costituiva un vasto spazio, di circa una trentina di ettari. Un cantiere all’altezza delle speranze di mio padre. Avrebbe potuto infine mettere in opera quel regno ideale dell’educazione e dell’evangelizzazione che senza dubbio sognava dai tempi della sua giovinezza nei mari del Sud. Il suo obiettivo era quello di creare un pensionato per ragazze, dove dalla prima infanzia (dall’età di tre anni) fino al matrimonio potessero apprendere il mestiere di madri e diventare buone cristiane. Bisognava isolarle dalle famiglie, dai loro costumi e dalle loro “superstizioni pagane”. Sarebbero uscite dal pensionato solo per sposarsi. Così, formatesi in base a comportamenti europei, cristiani, quindi normali e comprensibili, avrebbero trasmesso ai loro figli, e ai loro mariti, l’educazione che avevano ricevuto.
Ma Charles e Yvette Bergeret avevano anche un’altra missione: condurre i loro allievi fino al certificato di studi elementari. Mio padre concepì quindi un sistema educativo a doppia faccia: da un lato, una sorta di collegio tecnico di puericoltura e gestione familiare; dall’altro la scuola ordinaria, dove le piccole camerunesi avrebbero infine saputo che i loro antenati si chiamavano Galli, e dove avrebbero potuto recitare a memoria la lista dei possedimenti dell’Impero…
All’entrata della missione papà cominciò a costruire quelle che chiamò “le case”, in realtà una serie di sei lunghi edifici rettangolari, destinati a ospitare le ragazze ed entro i quali avrebbero appreso il mestiere di madri.
Nella prima casa le nuove venute, qualunque fosse la loro età, vivevano come al villaggio, con un programma educatico molto leggero. Una volta assimilatolo, entravano non nella seconda casa ma nella terza. Perché la seconda era quella delle “punite”. E, con grande disperazione di mia madre, le mie migliori amiche vi ci si trovavano più sovente che le altre…
La terza e la quarta casa costituivano una qualche sorta di classe di transizione prima che le allieve potessero entrare nella quinta. Lì le collegiali vivevano quasi all’europea: il pavimento era cementato; in cucina, il forno a legna rimpiazzava le tre pietre del focolare tradizionale; i dormitori erano più piccoli e meglio arredati. C’era persino un salotto. Era qui che le ragazze si europeizzavano, indossando foulard e scarpe. Mia madre sceglieva fra loro quelle che si sarebbero occupate a turno di casa nostra. Insegnava loro a stirare, ricamare, fare il bucato, tenere l’orto e cucinare. Cucina francese, naturalmente.
La sesta casa era la più grande, un edificio ad un piano dove le allieve dell’ultimo anno imparavano il mestiere di madri. Nelle sue quarantadue stanze ogni ragazza aveva sotto la sua tutela due orfanelli ospitati dalla missione. Le allieve disponevano anche di aree di gioco e di una biblioteca… Madri temporanee, dovevano mettere in pratica le lezioni teoriche di puericoltura che avevano ricevuto negli anni precedenti.
In ognuna delle case, gruppi di lavoro che ruotavano ogni settimana si occupavano della preparazione dei pasti, delle faccende domestiche, del bucato, dell’orto, dell’approvvigionamento d’acqua (mio padre non installò le tubature per l’acqua corrente nella missione che nel 1954).
Le collegiali godevano quindi di un certo comfort e apprendevano tecniche di coltivazione abbastanza evolute per l’epoca. Contemporaneamente, il sistema instaurato dai miei genitori permetteva alle ragazze di mantenere i modi di vita tradizionali. Cosicché, uscendo dal collegio, sarebbero state in grado di riadattarsi al loro ambiente - “ad agricoltura povera” come era stato classificato -. O persino di sapersi muovere con naturalezza in un contesto urbano, reputato più ricco.
Le “vere” aule delle lezioni dove tutte imparavano a leggere, scrivere, far di conto, dai corsi preparatori a quelli avanzati, si trovavano suddivise in altri edifici ancora. Al centro della missione sorgevano l’abitazione dei miei genitori, e dietro quelle degli istitutori e del personale che dimorava lì.
Il centro prese rapidamente il proprio ritmo di vita, lontano dall’influenza della chefferie e dell’amministrazione coloniale. Mfetom venne divisa in due. La superficie più grande, cintata, era riservata al collegio. Più in basso si trovavano il tempio e la parrocchia propriamente detti, sotto la responsabilità di un pastore camerunese, assistito da un consiglio di anziani. Non lontano, sorgeva la scuola elementare destinata ai ragazzi, che vivevano all’esterno della missione.
Un’opera così colossale non poteva che svilupparsi progressivamente e, ad essere sinceri, non fu mai compiuta del tutto. Non c’era materiale edilizio a sufficienza, sul posto. Andarne a cercare a Douala significava affrontare una vera e propria spedizione: 300 chilometri di pista, che diveniva un pantano nella stagione delle piogge. Spesso ci volevano parecchi giorni. La notte si dormiva nel camion o in macchina. Inoltre, i miei genitori non disponevano di adeguati mezzi finanziari. Così la missione rimaneva in perpetua evoluzione. Per questo mio padre poté allacciare il sistema elettrico solo nel 1950, dopo aver acquistato un gruppo elettrogeno a Douala. E fu in grado di aprire la sesta casa solo l’anno della nostra partenza definitiva. Tuttavia questo cantiere permanente non doveva dispiacergli. Si sentiva più a suo agio nella pelle di un imprenditore che in quella di un missionario… Tutti gli edifici furono opera sua; nel costruirli si fece aiutare da un missionario-artigiano bianco, Jean-Louis. Furono loro due a formare quasi ottanta operai nel campo della costruzione edilizia, della falegnameria, della meccanica… I risultati erano tutti là: quando era stata creata, nel 1946, Mfetom non contava che una decina di allievi; dieci anni dopo, ne aveva più di cento.
Le ragazze uscivano dal pensionato solo quando erano in procinto di sposarsi. Prima, non erano autorizzate a far ritorno al loro villaggio se non per cause eccezionali: lutto o malattia grave. La loro assenza non poteva durare più di tre giorni. In compenso, i loro genitori avevano il diritto di visitarle in collegio. E ogni primo dell’anno una giornata “porte aperte” riuniva alla missione le famiglie degli allievi per assistere a una rappresentazione teatrale prodotta e messa in scena dalla direttrice, mia madre.
Isolando in questo modo le allieve dal mondo circostante i miei genitori cercavano soprattutto di cancellare in modo irreversibile dalla loro memoria le pratiche religiose e le credenze magico-culturali che le legavano al popolo bangangté, alla terra ancestrale e agli antenati. Signori indiscussi dei luoghi, non dovendo rendere conto a nessuno se non all’Assemblea generale delle missioni inviata da Parigi, i miei genitori si erano circondati di pastori, istitutori e catechisti. Senza dimenticare l’”antica chiesa” dei laici, una sorta di consiglio dei saggi. Tutte se non quasi queste persone erano camerunesi, in grado di interagire con usanze e credenze pagane per meglio sradicarle. In realtà, non era affatto semplice…
Mfetom non aveva niente della prigione. Ed era facile per le più anziane sgattaiolare via, non per praticare chissà quale misterioso culto, ma piuttosto per incontrare al villaggio, a tre chilometri da lì, un innamorato…

Mio padre aveva costruito per sé, sua moglie e i suoi tre figli una graziosa dimora bianca e rossa, tutta sullo stesso piano, nascosta dentro uno scrigno di piante di alloro, gladioli, rose e bougainville piantate da mia madre. Sul retro si trovavano un orto, un ovile, alcune conigliere, la stalla per gli asini e il bestiame; il tutto era sotto la responsabilità di Daniel, il giardiniere formato da mia madre. L’intero territorio del pensionato, ad eccezione del frutteto di guava, faceva da cortile ricreativo per noi figli del missionari e per le collegiali.
Vibrante di canti d’uccelli e di inni, di tabelline aritmetiche ripetute a memoria e di vento fremente nel fogliame, di versi d’animali domestici e di risa di ragazzine, la collina assomigliava a una colonia di vacanze in cui la disciplina più rigorosa si alternava alla più erratica libertà.
Se i miei genitori l’avessero voluto, mio fratello, mia sorella e io avremmo potuto vivere completamente isolati dall’ambiente africano, come la maggior parte degli altri piccoli bianchi, figli di missionari, di funzionari o di coloni, ben al riparo da ogni contatto con gli indigeni e la natura.
Per fortuna, i miei genitori avevano deciso che noi avremmo seguito lo stesso metodo di scolarizzazione delle loro collegiali, con gli stessi insegnanti, seguendo le stesse regole. Con due sole eccezioni: mia sorella Mireille e io non avremmo seguito il corso delle “sei case”; e avremmo mangiato e dormito nella casa del direttore. Inoltre, la preparazione dei cibi e le faccende domestiche venivano eseguiti, anche in casa nostra, dalle nostre campagne di scuola. Nella mia testa di bambina ciò mi sembrava ingiusto: perché non avevo il diritto di divertirmi con le altre, la sera nel dormitorio, o di mangiare non importava come con loro, dall’altra parte del corridoio di eucalipti?
Se i nostri genitori non ci controllavano troppo era innanzi tutto per delle ragioni pratiche: avevano troppe cose di cui occuparsi durante il giorno per tenere un occhio guardingo su di noi. Ma c’era anche qualcos’altro: pensavano di averci affidato a Dio, così come loro stessi Gli avevano affidato la loro vita. Lui solo ci avrebbe protetto.
Ancora oggi, nonostante le punizioni e i castighi corporali che mi fecero subire, sono loro riconoscente per non aver rinchiuso mio fratello, mia sorella e me, per non averci risparmiato i pericoli, reali o presunti, del mondo in cui vivevamo.
La libertà di cui godevo era tuttavia limitata da un certo numero d’interdizioni, la principale delle quali era di non uscire dai confini della missione, costituiti da una recinzione di bambù del tutto simbolica. Era questa un’interdizione che valeva sia per i figli Bergeret sia per le altre collegiali. A Mireille e me era inoltre stato proibito di mangiare e dormire fuori della casa del direttore, di bere dell’acqua non filtrata e di camminare a piedi nudi…
Appena mia madre era voltata di schiena, e lo era spesso, infrangevo tutte queste regole, nonostante le mie promesse e la minaccia di un castigo che poteva andare dal semplice schiaffone alla frusta. Il gioco valeva la candela.
Ero lontana dall’essere una bambina saggia e ubbidiente, come mia madre avrebbe sognato. Avevo, al contrario, un carattere impossibile.
- Claude non si perde mai una sciocchezza, sospirava lei.
Non era per il solo piacere di dispiacerle, né contro di lei che trascinavo con me le bambine più testarde, le più ribelli del pensionato. Era perché… perché…
Si possono trovare tutte le spiegazioni possibili e immaginabili. Che nella mia prima infanzia ero stata sballottata dalla Bretagna a Douala e da Douala a Bangangté. Che a queste erranze si era aggiunta la nascita della mia sorellina, la quale senza dubbio contribuì a turbarmi…
Da piccolissima piangevo per un nonnulla, il che attirava ceffoni, sculacciate o secchi d’acqua fredda sulla testa intesi a calmarmi. La mamma cercava di provocare in me uno choc psicologico: invece di chiamarmi “Didi” o “Claudie” mi venne ridato il mio vero nome, Claude. Ma la mia rivolta, quella non cambiò.
Mia madre era di taglia media, robustetta. Dicevano che da giovane fosse stata bella. L’ho sempre vista con i capelli bianchi. Viveva per la sua religione, pregava molto, faceva costantemente riferimento alla Bibbia, che leggeva e rileggeva. Molto autoritaria, non aveva tuttavia quell’austerità che la gente affibbia volentieri ai protestanti. Al contrario, l’ho vista spesso ridere. E quando tutto le sembrava procedere nella direzione delle sue aspirazioni: ordine, calma, lavoro coscienzioso, atmosfera pia, allora traboccava d’affetto per tutti, e soprattutto per i suoi figli. Così, conoscendo il mio interesse per il disegno, la sartoria, il ricamo, la maglia, controllava che avessi a disposizione tutto il materiale necessario. Sapeva anche confortarmi e calmarmi, quando ero malata o avevo fatto un brutto sogno, restando tutta la notte al mio capezzale, preparandomi brodi e minestre: ancora oggi ne conservo il profumo nelle narici e il gusto sulla punta della lingua.
Ma bisognava che tutto corrispondesse esattamente all’idea che si era fatta della vita. Gli sforzi che faceva per modellarmi all’immagine che aveva di me erano evidentemente – ma come avrei potuto capirlo allora? – la prova dell’amore che mi portava. Le mie scappatelle, la mia disobbedienza cronica dovevano atterrirla, sconvolgerla. Non capiva. Le mie malefatte la gettavano in uno stato confusionale che poteva portarla alla crisi di nervi. Le urla, i pianti, le punizioni… Poi, quando tutto si era calmato, lei declamava la sua massima favorita:
- Chi ama molto, castiga molto. Quanto doveva amarmi!

- Leviamoci, fratelli, leviamoci!
Come tutte le mattine alle sei, il cantico ci risvegliava, me e mia sorella, perché dormivamo nella stessa stanza. Le notti erano fredde nel paese bamiléké, ed era solo verso le sette, con i primi raggi del sole, che la vita riprendeva, quando tutto sbocciava e risuonava il canto degli uccelli.
Mi rannicchiavo sotto le coperte. Prevedevo una brutta giornata. Due giorni prima durante una delle mie fughe avevo dimenticato la cartella da qualche parte. Ma non ricordavo più dove. Il mattino seguente mi ero presentata in classe a mani vuote. Per castigarmi, l’insegnante mi aveva affrontato con quella sua erba lunga e flessibile, che teneva sempre in mano e con la quale percuoteva chi doveva essere punita, fino a quando l’erba non divenne troppo corta. Dov’era dunque quella maledetta cartella? Tanto peggio, non sarei andata a scuola quel giorno. Se dovevo esser punita tanto valeva esserlo per due cose invece che per una sola: tanto il numero di colpi non cambiava! E poi c’erano così tanti funghi nella palude. Sarebbe stato un peccato perdere l’occasione per raccoglierli.
Il gruppo di ragazze che si occupava delle pulizie, quello delle grandi, entrò nella mia camera. Una di loro tirò a sé la coperta sotto la quale mi rifugiavo:
- Dai, spostati!
In cucina la colazione era già pronta. Era il sempiterno pastone di mais cotto nell’acqua, raffreddato, messo in ammollo in una nuvola di latte e cosparso da pochi pizzichi di zucchero. Non lo sopportavo. Quando i miei genitori si voltavano dall’altra parte, passavo il piatto sotto la tavola a Bari, il pastore tedesco che dormiva ai miei piedi. Maledizione, erano là tutti e due quella mattina, fuoriosi per il mio ritardo. Mi sedetti, le lacrime mi bruciavano già gli occhi. Tirai su col naso e cominciai a piangere dolcemente. Non avevo ancora ingoiato un solo boccone. Papà sospirò poi, esasperato, mi gettò addosso un bicchiere d’acqua. Fu come un segnale: mi misi a urlare. Bum! Mia madre mi diede uno schiaffo. E per calmarmi, dal momento che le mie grida erano raddoppiate, mi prese e m’infilò la testa in un secchio.
- Mangerai la tua colazione a mezzogiorno, mescolata insieme al resto. Fila via, ora, o farai tardi a scuola.
Non m’importava: mezzogiorno era lontano… Avrei trovato sicuramente il modo per evitare d’ingurgitare quella ignominia. Meno male che, in fondo, c’erano le lezioni, perché se ci fossero state le vacanze mi avrebbero legato a una sedia fino a quando non mi fossi rassegnata a finire quello che avevo nel piatto.
Lungo il viale orlato deeucalipti Denise e Jeannette si precipitarono verso di me.
- Hei! Claude, che si fa?
Una aveva dei problemi, l’altra… E io, avevo perduto la mia cartella.
- Si va per funghi.
Per evitare di farci scoprire dalla mamma, che doveva starci spiando da dietro la finestra del salotto, passammo dall’altra parte della casa, per infilarci fra i cespugli. Non ci avrebbe più potuto vedere nessuno. Gettammo scarpe e foulard dietro un albero. Denise e Jeannette si sbarazzarono delle cartelle ed eccoci a saltellare nella boscaglia, ruzzolando lungo la collina verso la palude.
Insieme, parlavamo solo il bangangté. Come tutti i bambini cresciuti nel bilinguismo, passavo da una lingua all’altra senza alcun problema. D’altronde al corso preparatorio il calcolo, la lettura e la scrittura venivano insegnati in entrambe le lingue. Era solo nelle classi successive che il bangangté veniva abbandonato.
Era facile per me corrompere qualcuna delle mie compagne e convincerla ad andare a scuola nel bosco. Le fuggitive potevano essere anche sei o sette. Ma nelle spedizioni ad “alto rischio” che ci portavano lontano dalla missione non eravamo mai più di quattro o cinque. Nei casi più difficili non restavamo che Denise, Jeannette ed io.
Prima tappa, le acque melmose della palude, dove cercavo d’imparare a nuotare. Le preferivo di gran lunga a quelle, saponose, della vasca da bagno domestica che avevo sempre cercato di evitare con ogni mezzo. Questa natura selvaggia ci offriva mille e una opportunità di gioco, d’avventura. Quando marinavamo mettevamo un tronco in equilibrio su un altro, a mo’ di bilanciere. E poi colpivamo il suolo con i piedi per sollevare il più violentemente possibile il lato sul quale eravamo sedute e tentare in questo modo di disarcionare coloro che sedevano all’altro capo. Urlavamo, ridevamo, a volte rientravo a casa con la voce roca, gli abiti strappati, la pelle scorticata dappertutto…

Dovevo avre tre o quattro anni. Il giorno prima avevo visto mio fratello scalare un eucalipto alto una buona ventina di metri, e il mio unico desiderio era quello di fare altrettanto. Spinta da una compagna, cercai di raggiungere il primo ramo. Ad un tratto scivolai e caddi su una scheggia di legno che mi si conficcò nella pianta del piede. Il dolore fu atroce. Ma bisognava che i ritrovassi le mie scarpe e il cappello, perché mi era stato vietato di separarmi dai miei indumenti. Infine, rientrai in casa, a denti sttretti. Sapevo che non avrei avuto diritto ad alcuna consolazione. Al contrario, sarei stata punita una volta di più per questa caduta. Quando la sera le ragazze di servizio m’immersero nella vasca da bagno e cercarono di lavarmi i piedi mi misi a urlare dal dolore. Arrivò mia madre, la mano alzata.
- Ho male al piede!
Quello stava cominciando seriamente a gonfiarsi. Spaventata, mia madre chiamò mio padre. Ci vollero quattro persone per tenermi, in modo che con un rasoio lui potesse allargare la ferita ed estrarre la scheggia di legno. A partire da quel giorno, e per tutta la mia infanzia, non ho più sopportato di dover infilare delle scarpe. Mia madre dovette rassegnarsi. Stanca di continuare a comprarmene, si contentò di conservarne un paio buono per le funzioni domenicali e i viaggi fuori della missione…

La natura ci offriva, a me e alla mie complici, le più deliziose leccornie. Funghi, certamente, ma anche grilli e termiti, che noi facevamo arrostire in vecchie lattine di conserve con l’olio e il sale che rubacchiavo dalla cucina materna; e poi noci di palma e altri frutti di cui non conosco il nome in francese. Nella stagione del raccolto andavamo nei campi a raccogliere manioca, patate dolci, arachidi e mais fresco. Altra delizia erano le grosse larve bianche di una specie di maggiolino che snidavamo fra le piante di rafia e che, grigliate, avevano il gusto del lardo. Queste piante erano uno dei doni provvidenziali del paese bamiléké. Tutte le mattine al levarsi del sole le “vendemmiatrici” raccoglievano la linfa zuccherata di queste palme senza tronco, la quale si trasformava in alcool nel giro di ventiquattr’ore, fornendo un vino delizioso. I loro rami servivano a costruire mobili, strumenti musicali, ceste, panieri, scope, o barriere e pareti divisorie per le dimore tradizionali. La scorza fresca si trasformava in corde. E le foglie intrecciate ricoprivano i tetti delle case.
Ma a noi, le fuggitive del collegio, la rafia offriva queste larve che sapevamo friggere così bene. Rientravo in casa ingozzata e sporca. E nei pasti con la famiglia non riuscivo più a buttare giù il minimo boccone. Mi aspettava sicuramente la punizione, anche se riuscivo a passare sotto la tavola il mio cibo al cane.
Gli altri motivi per ricevere una punizione erano numerosi: magari si accorgevano che avevo nascosto la nivachina nell’orlo dei vestiti. Non riuscivo a buttare giù quelle compresse dal gusto amaro, che avrebbero dovuto proteggermi dal paludismo. Allora, arrivava lo schiaffo, mi ficcavano la testa dentro l’acqua fredda di un secchio, la frusta sferzava le mie natiche. Un giorno, persuasa che così sarei sfuggita al castigo, tagliai le corregge del “gatto a nove code” (in realtà ne aveva solo cinque). Udii dei passi… Feci in tempo a tagliarne solo tre. E lo scudiscio, con due sole code, fu altrettanto doloroso.
Per questo tipo di punizione c’era una sorta di regola rispettata da tutti, bambini, insegnanti e genitori. La flagellazione doveva fermarsi al primo grido di dolore. Naturalmente, io e le mie “sorelle” non ci mettevamo a urlare appena le corregge s’abbattevano su di noi. Non eravamo così stupide. Aspettavamo il terzo colpo. Il colmo era che funzionava!
Mia madre non metteva alcun sadismo nello scudisciarmi o nel relegarmi in camera per espiare l’una o l’altra delle mie numerose colpe. D’altronde, a quei tempi questa pedagogia sbrigativa non doveva essere un caso eccezionale, almeno per i piccoli europei. Ma c’erano momenti in cui lei perdeva la testa e cioè quando le rispondevo con insolenza, sicura delle mie ragioni. Allora si metteva a battermi senza ritegno, dimenticando ogni controllo di sé. Le servivano a volte uno o due giorni di riposo chiusa in camera per riprendersi. Mio padre, che non amava queste storie, mi suggeriva di andarle a chiedere perdono. Non credo di aver mai fatto un passo simile, che ritenevo ingiusto. In quei frangenti lei pregava, supplicava Dio di scusare le mie colpe e Gli chiedeva di donarmi la saggezza in cui lei sperava. Le giornate in cui avevo fatto veramente delle sciocchezze – cosa che non era rara -, lei cominciava così la preghiera della sera recitata in comune:
- Mio Dio, noi Ti preghiamo particolarmente per la Tua piccola Claude qui…
In quelle sere, non riuscivo a prendere sonno. M’immaginavo già all’inferno. La notte non finiva più. Tutto quello che mi era parso semplice, così naturale, durante il giorno, sembrava complicarsi nel nero e nella solitudine. D’altronde, la spensieratezza e la mia gioia di vivere sparivano sempre insieme al sole. Sentivo arrivare dall’esterno il verso dei gufi che scambiavo per dei vampiri, il grido delle iene che s’avvicinavano dall’alto della collina. A volte sotto la mia finestra udivo dei suoni sordi: una pantera s’aggirava intorno alla casa. Mia madre una volta s’era trovata faccia a faccia con questo splendido animale, credendo di avere a che fare con un ladro. Per fortuna, la pantera non attaccava l’uomo. Nella notte, la mia angoscia raddoppiava. Perché non potevo impedirmi di fare quello che avevo voglia di fare? Perché ero così cattiva? Avrei quasi chiesto perdono a Dio per farGli così dispiacere. E poi pensavo a Gesù. Lui amava tutti i bambini. Se l’avessi incontrato mi avrebbe accettata tale qual ero. Così alla fine m’addormentavo.
E l’incubo arrivava, sempre lo stesso: sognavo lo Tsi. Lo Tsi era un uomo per metà nudo, un folle, un fuorilegge, un maledetto, senza villaggio, senza chefferie, che errava di collina in collina. Guai a te se lo Tsi ti tocca, perché se no anche tu diverrai Tsi, allora sarà su di te che peserà la maledizione. E lui tornerà a essere una persona normale.
Oggi, quasi cinquant’anni dopo, gli Tsi esistono ancora. Sono persone apparentemente banali. Ma, come una volta, se vi toccano voi divenite Tsi a vostra volta. Gli uomini hanno una buona ricetta per guarire. E’ sufficiente, signori, andare a visitare una prostituta. Troverete bene un’occasione per toccarla, quindi di trasmetterle la maledizione. Dopo, isolatevi, andate alla toilette per esempio. E fuggite dalla finestra! Non dimenticate neppure di chiedere a qualche amico di attendervi in strada con abiti di ricambio… Ricetta valida per gli uomini. Per le donne, beh, sapranno trovare un metodo simile.
Certo, la bambina di sette, otto anni che ero ignorava le implicazioni sessuali che si nascondevano dietro queste
storie, ma nel mio incubo vedevo lo Tsi correre verso di me e le mie piccole amiche. Tutte riuscivano a fuggire, ma io non riuscivo a muovermi. Urlavo, e mia madre accorreva. Così dura, così severa di giorno, sapeva allora trovare i gesti e le parole per calmarmi. Allora, dopo, mi tuffavo in un sonno sereno.
Verso le cinque del mattino mio padre s’alzava, sentivo il buon odore di caffè che mi riempiva il cuore di un immenso benessere. Mi rannicchiavo nel mio letto fino a che non udivo il suo appello:
- Leviamoci fratelli, leviamoci!

Dopo aver assaporato questa libertà nel cuore di una natura così generosa, come avrei potuto amare la scuola e la severità che vi regnavano, altrettanto eccessiva di quella domestica?
Dal nostro arrivo in classe l’insegnante del secondo corso preparatorio, sempre armato della sua frusta d’erba flessibile, passava in rivista i dettagli delle allieve. Ordinava a tutte coloro che non si erano lavate o pettinate di mettersi in ginocchio di fronte alla cattedra. Ispezionava poi i piedi per individuare quelle che avevano quei parassiti che s’insinuano sotto la pelle per deporre le loro larve. Si dovevano inginocchiare anche quelle che avevano dimenticato i loro strumenti di lavoro. Infine, menava il suo scudiscio e non voleva udire un solo grido.
Per le pecche d’igiene non mi sentivo chiamata in questione. Ma il mio turno sarebbe arrivato…
Quel mattino, come d’abitudine, il maestro ci chiese di aprire i nostri libri di lettura. Mi rannicchiai più che potei, sperando di poter divenire invisibile. Ma sapevo che sarebbe toccato a me:
- Claude!
Ancora prima che i colpi iniziassero a piovere, gli occhi mi si riempirono di lacrime. I caratteri si confusero. Ad ogni modo, non avrei saputo decifrarli: impiegai molto tempo a riconoscere le lettere dell’alfabeto e ancor di più a leggere le sillabe. Fu mia madre, credo, che finì per farmi comprendere il meccanismo, a forza di corsi speciali. L’erba dell’istitutore mi sferzava. Ma con meno violenza di quando colpiva le mie compagne…

Nonostante questa letterale fobia della scuola, non amavo nemmeno le domeniche. Impossibile vagabondare il giorno del Signore! Il mattino, due o tre ore erano consacrate al culto. Tutta la missione doveva rendersi al tempio e, nella mia testa di bambina, ero sicura che questo rituale si sarebbe ripetuto per tutta la mia vita. Era il caso che mi adeguassi. Fortunatamente gli inni erano molto belli, cantati da tutta la congregazione. La folla dei fedeli era tale che la chiesa non poteva contenerla tutta. Mi sentivo emozionata, trasportata dalla gioia, in piena comunione con Gesù, che amavo. Poi s’instaurò un silenzio nervoso. Era il momento della preghiera. Mio padre officiava raramente. Seduto con mia madre su poltrone piazzate sul podio, dietro il pulpito, ascoltava il pastore camerunese dire messa in bangangté, - preghiera tradotta in seguito in francese per i miei genitori e qualche fedele bianco.
Ero autorizzata a restare con le mie compagne, tranne se ci si accorgeva che chiacchieravo o giocavo con loro. Allora mi trasferivano sul podio, sotto l’alto controllo di mia madre. Perché il sermone durava molto e, malgrado i sorveglianti che passavano silenziosamente tra le panche, muniti di lunghi bastoni per colpire sulla testa chi parlava o dormiva – adulti o bambini -, i sussurri, i giochi mimati nascevano spontaneamente sui nostri banchi.
Il resto della domenica trascorreva in famiglia. Il pranzo domenicale era l’unico della settimana in cui veniva servita la carne. Tuttavia, non trovavo questo pasto più piacevole che gli altri, soprattutto se i legumi o i condimenti contenevano la minima sfumatura di verde, colore al quale ero allergica.
Uno di questi pomeriggi domenicali decisi di sedare la mia fame nel frutteto e di arrostire in segreto le mie termiti o i miei grilli favoriti. Per fare in modo che mia madre non vedesse il fumo, misi le lattine di conserva e il loro contenuto all’interno di un fusto di metallo che aveva dovuto contenere olio. Vi entrai, poi accesi il fuoco. In meno di un minuto, tossendo, sputando, il volto annerito, venni estratta da mia madre, manu militari, dal mio forno improvvisato.
Bisogna dire che nella regione gli incendi erano frequenti quando si era nella stagione secca. E mi stupisco ancora che le mie amiche e io non ne abbiamo mai provocato uno.
La missione di Mfetom bruciò in due riprese. I miei genitori non seppero mai se gli incendi furono accidentali o dolosi. Mio padre dovette ricostruire la sua opera annientata. La prima volta, rifece i muri in mattoni di terra cruda, ma rimpiazzò il tetto di stoppie con rafia intrecciata a stuoie. La seconda volta, optò per dei mattoni prefabbricati e delle tegole galvanizzate.
Al tempo in cui scoppiò il primo incendio avevo sei anni. Era la stagione secca, periodo in cui la sterpaglia prendeva facilmente e spesso fuoco. Come sempre, ero là dove non avrei dovuto essere: nel dormitorio di una casa del collegio. Giocavo con le mie amiche a fare la lotta sui letti. Improvvisamente, un grido c’immobilizzò.
A Bangangté esiste tutto un linguaggio di grida elaborate che permette di scambiare una vera e propria conversazione a lunga distanza. Questi appelli prendono il volo di collina in collina, per annunciare un pericolo a tutta la popolazione.
Ma, quel giorno il grido annunciava l’immediato pericolo. In un batter d’occhio, eravamo fuori dell’edificio. La casa a fianco, quella delle “punite”, era in preda a fiamme d’un rosso scuro, da cui s’elevava uno spesso fumo nero. Molto presto la struttura di bambù e il tetto di stoppie crollarono, lasciando posto a un cratere che mi scaldava le guance, per quanto fossi a una ventina di metri dal braciere. La casa dove noi stavamo giocando prese a sua volta fuoco. Terrorizzata, corsi verso la casa dove mia madre, pazza d’inquietudine, mi cinse forte fra le sue braccia. La collina s’era riempita di una folla impotente (mio padre non costruì il serbatoio per l’acqua che cinque più tardi). Il fuoco stava propagandosi di casa in casa. La gente urlava, correva in tutti i sensi, cercando di salvare ciò che si trovava ancora all’interno. Poi sorse un nuovo clamore: il tempio s’incendiò a sua volta, nonostante le foglie di banano verdi che erano state gettate sul tetto. La violenza con la quale venne distrutto mi fece scoppiare in singhiozzi. Le fiamme sembravano salire fino alla volta celeste per bucarla. La folla tacque, rimase immobile a contemplare quello spettacolo grandioso e terribile. Bruciò tutto, tranne la nostra casa. Eppure i miei genitori non l’avevano protetta meglio degli altri edifici. Venne risparmiata anche nel secondo incendio. Ma, in entrambe le occasioni, mio padre ne distrusse il tetto, per apportare le stesse modifiche con cui aveva ricostruito le altre.
Credo che fu durante questi due incendi che compresi, con un certo fatalismo, la debolezza umana di fronte alla potenza della natura. In questo, ero africana. Nello stesso tempo scoprii, con ammirazione, il coraggio e l’ostinazione di mio padre, che ricostruì la missione, malgrado tutto. In questo, ero europea.

Non c’erano che drammi nel Bangangté della mia infanzia. Ma per me non era così. Come per tutti gli scolari del mondo, i miei ricordi più luminosi restano quelli delle vacanze, corte o lunghe che fossero. Generalmente le trascorrevamo a Bangangté, perché le collegiali non lasciavano mai la missione. Mia madre ne approfittava a volte per organizzare delle tourné teatrali con le allieve nella regione occidentale del paese. Papà, invece, continuava i suoi lavori di costruzione. Mamma aveva più tempo da dedicarci, dal momento che il corso del secondo anno in cui insegnava era sospeso. Così, nei giorni di pioggia giocava coi suoi bambini al Monopoli, a carte, a fare la cavallina. Mentre mio padre affrontava mio fratello in lunghe partite a scacchi. Al suono del nostro vecchio fonografo, Jean-Pierre, Mireille ed io componevamo delle figure di danza sui nostri pattini a rotelle, nella grande sala comune. Sono memorie dolci e nostalgiche, non diverse da quelle degli altri bambini in Francia negli anni Cinquanta, ai tempi di uno “Stato marcio”.
Noi ci trovavamo in Africa. Una terra che ci s’immagina con facilità piena di pericoli: bestie feroci, malattie tropicali, parassiti, clima torrido…
Le mie piccole amiche e io sapevamo perfettamente dei pericoli in questione. Non ne avevamo paura. Incontravo spesso dei cobra sul cammino durante le mie fughe. Sembravano enormi ai miei occhi di bambina. Ma nel vederli fuggire davanti a me, sapevo d’istinto che un serpente non attacca mai, a meno che non si senta in pericolo. Fa della legittima difesa, in qualche modo. Anche all’interno del recinto della missione avrei potuto essere vittima del loro morso. Un giorno Jean-Louis, il misisonario-artigiano, uccise a colpi di fucile un cobra lungo almeno tre metri, tranquillamente accoccolato nella cucina della moglie dell’evangelista camerunese. Vagavano per la missione anche vipere e mamba, verdi o neri… I miei genitori erano al corrente di questi pericoli, ma ci lasciavano nelle mani di Dio. Gli altri bambini bianchi, invece, venivano sorvegliati tutto il giorno: figli di funzionari, di coloni o di missionari non potevano arrischiarsi fuori di casa se non indossando stivaloni e calcandosi in testa quell’odioso casco coloniale. Ne vidi persino alcuni rinchiusi in un cortile il cui suolo era stato ricoperto da uno spesso strato di sabbia, in modo che non venissero a contatto con la terra. Grazie, ancora una volta, ai miei genitori della libertà che mi concessero.
Certo, le interdizioni erano le stesse, durante i congedi scolastici: non fare il bagno nella palude, non oltrepassare i confini della missione… Avevo ancora più facilità nel trasgredirle, perché eravamo in vacanza. E, sempre insieme alle mie complici del collegio, non mi privavo di quei piaceri.
Andavamo il più lontano possibile, cercando di spingerci oltre i limiti del nostro territorio. In questo paese boscoso capre e montoni vagavano liberi nella natura, mentre le piantagioni erano ben protette all’interno delle recinzioni. Ma che non ci s’immagini la Normandia! Qui le case erano sparpagliate nella boscaglia, in una natura selvaggia. Lo stesso agglomerato urbano di Bangangté era lontano, laggiù in fondo, aggrappato al fianco della collina. Noi ci andavamo solo in macchina, con i miei genitori, per porgere visita ai funzionari coloniali, che vivevano nelle loro belle case piene di fiori e ombreggiate da alberi maestosi. Mi piaceva tanto giocare laggiù, da bambina saggia, con delle piccole bianche della mia età, quanto galoppare nella boscaglia piena di misteri e di sorprese con le mie sorelle nere.
Perché veramente noi eravamo sorelle. E ci chiamiamo ancora così. Una di loro, Juliette, mi aveva persino svelato il suo “elogio”, o “ringraziamento”, questo nome che consente di conoscere le origini familiari di ciascun individuo, risalendo di generazione in generazione. Ntechun (1), così si chiamava il suo. Significa: “colei che crea dei legami d’amicizia”. Ma nella conversazione corrente il senso si è perduto. Come è successo con i nomi di battesimo francesi: dopo tutto mi chiamo Claude e, tuttavia, non zoppico!
I nostri vagabondaggi – vere lezioni di vita – non erano l’unica nostra distrazione. In vacanza, così come durante l’anno solare, i giochi tradizionali svolgevano un ruolo importante nelle nostre relazioni. Giochi più o meno complessi, gare di canto, di danza o di storie improvvisate e che continuavano anche dopo il tramonto. Poco a poco, finivamo per cantare con la stessa cadenza, allo stesso ritmo, nell’armonia. Urlavamo la nostra gioia di vivere nella pace della notte illuminata dalla luna. Questa luna che ci spronava a cantare ancora di più.
A volte i giochi si trasformavano in veri e propri corpo a corpo, brutali o armoniosi. Apprendevamo la vita di gruppo, la spontaneità, lo slancio emotivo verso l’altro. Ero come loro, del tutto come loro. Ero loro sorella. La stessa gioia di vivere, lo stesso gusto della libertà…
Una sera, dopo cena, decisi di condividere la loro vita. Scappai dalla mia camera attraverso la finestra e raggiunsi le mie sorelle nel dormitorio. Dormii con loro. Il giorno dopo, ero tutta ammaccata: invece che sul mio morbido materasso avevo trascorso la notte su una stuoia, la tempia posata sull’avambraccio, come ogni africana.

- Arriva la signora! Arriva la signora!
L’aveva gridato Daniel il giardiniere, o forse l’aveva sussurrato. Uscii dalla palude nuda, grondante d’acqua e di fango. Le mie sorelle erano scomparse nella natura, i loro abiti sotto il braccio.
- Cosa farò, ora, cosa farò?
Daniel, malgrado la sua età – aveva almeno venticinque anni! – era nostro amico, l’angelo guardiano di noi altre, piccole malandrine di Mfetom. Magro, con atteggiamento non-chalant, un eterno sorriso sulle labbra, faceva volentieri da tampone tra noi e mia madre, anche se a volte arrivava ad arrabbiarsi molto – o fare finta – quando razziavamo la frutta del “suo” frutteto. Lo consideravo come un secondo padre.
- Non ti preoccupare, Claude, le dirò che eri piena di formiche e che ti ho dovuto buttare in acqua.
Ci avrebbe creduto la mamma? Non avrebbe fatto molta differenza. Sarei comunque stata punita. E poi mi sentivo protetta dalla solidarietà che mi dimostravano Daniel, gli operai della missione, le mie sorelle…

- Ma perché i tuoi genitori non ti amano? Perché ti picchiano sempre in questo modo? Mi domandarono un giorno Juliette e Denise, che erano state testimoni di una battitura inflittami da mia madre.
Ce ne stavamo sedute sotto un albero, a discutere con serietà, mentre gustavamo il frutto di qualche rapina. Erano veramente incuriosite, non capivano. Non sapevo che cosa rispondere. Come tutti i bambini, volevo essere come loro. E loro, qui, erano nere, africane, collegiali. Non io. Allora inventavo, raccontavo che non ero la figlia del “signore e della signora”, ma una trovatella. Ci credevano o non ci credevano. Intuii allora che la vita in seno a una famiglia bangangté doveva essere molto diversa dalla mia.

Molto più tardi, quando avrei vissuto all’interno della chefferie, avrei finalmente conosciuto la realtà dell’educazione tradizionale. Non è fatta che di amore, di rispetto e di libertà. Fin dalla nascita i genitori chiamano il neonato “papà” o “mamma”, come per dimostrargli già che è l’anello di una lunga catena che lo unisce agli antenati. Non si picchia mai un bambino. Magari lo si sgrida di tanto in tanto, una sculacciata, niente di più. Preferiscono che si faccia sveglio da solo. Così, da quando comincia ad arrangiarsi, lo si lascia avvicinare al fuoco, stando solo attenti che non ci cada dentro. Lo stesso accade con gli oggetti taglienti, falcetti, coltelli, con i cibi che bruciano gli occhi e la lingua, come il peperoncino. Il bambino impara da sé, con l’esperienza, prendendo gradatamente coscienza della realtà. Così scopre il mondo e vi trova in modo naturale il suo posto. Un adulto non gli dà mai un ordine, ma gli suggerisce di aiutarlo, di fargli un favore, come si rivolgesse a un amico. I piccoli africani, almeno in un ambiente rurale, non hanno giocattoli. Dall’età di quattro o cinque anni le bambine si divertono con una meravigliosa bambola vivente: la loro sorellina o il loro fratellino, che nutrono, lavano, portano in braccio e cullano mentre la madre e i fratelli “giocano” nei campi. I bambini imparano così che la vita è un gioco. Giocano a vivere…

Attenzione! Arriva il signore!
Questa volta, ero io che stavo di guardia. Gli operai di mio padre ripresero rapidamente in mano gli attrezzi e si misero febbrilmente al lavoro. Era ormai un’ora buona che chiacchieravano o sonnecchiavano, seduti all’ombra d’un albero.
Non era solo per paura di una rimostranza, cioè di una punizione, che “lavoravano” solo quando il bianco era presente. Gli africani provavano una grande pietà per l’europeo. Una grande pietà per la sua debolezza. Perché qualcuno di così emotivo, pensavano loro, pensavamo noi, qualcuno che s’incolleriva in quel modo per un nonnulla doveva essere un essere debole. E non bisognava maltrattarlo, piuttosto compiacerlo, consolarlo in qualche modo di tutte le preoccupazioni che si portava appresso per nulla. Provavano pietà anche peché quella gente si trovava così lontano dal proprio paese, dalla famiglia, dalle terre degli antenati. Anche se gli africani sapevano che quella gente li aveva dominati, conquistati. Anche se, a quel tempo, si parlava già di certe persone che si erano date alla macchia, armi alla mano…
“Questi bianchi, come sono complicati!”, ripetevano.
Sapevo perfettamente ciò che si diceva e pensava dei miei genitori. A Mfetom li amavano tutti, schiettamente.
Ma nascondevano loro un sacco di cose, per non far loro dispiacere. Come la storia dei filtri per l’acqua. Dei filtri che mio padre aveva installato nella missione, con grande dispendio di denaro, e che rendevano l’acqua insipida. Gli operai e le collegiali sapevano, anche se non lo esprimevano apertamente, che quell’acqua indeboliva l’organismo facendo perdere le difese naturali.
I malati si affrettavano a fare un’unica cosa, dopo aver ingerito le medicine europee: e cioè a prendere le medicine tradizionali, decotti a base di erbe e di scorza di legno. Ho visto persino il predicatore camerunese, che tuonava con passione contro i ”falsi cristiani” che andavano di nascosto dallo stregone o dalla guaritrice, praticare segretamente i riti tradizionali. E oggi penso che il nostro insegnante che ci picchiava così diligentemente con la sua erba solida e flessibile sulle natiche, nella “scuola dei bianchi”, doveva allevare i suoi bambini con tutta la dolcezza e il rispetto dovuti quando rientrava a casa sua. “Se il bianco dice che bisogna picchiare, allora picchiamo, ma a casa mia le cose vanno diversamente…” La pace interiore del predicatore e del maestro avevano senza dubbio il loro costo.
Quanto a me, cercavo di tenermi in bilico, per forza di cose, fra quei due mondi. Da un lato il modo di vita africano mi sembrava essere un continuo sbocciare; crescevo in abilità, in forza fisica, cioè in intelligenza. Dall’altro, ero costretta ad assimilare i principi che cercavano d’inculcarmi a casa e a scuola. Divenivo astuta sorniona, perché dovevo sempre trovare il modo di uscire dalle impasse nelle quali mi ficcavo per imprudenza. Queste furbizie, questo aspetto un po’ da “gettone falso”, assomigliavano in fondo all’attitudine del colonizzato in rapporto al suo colonizzatore, attitudine che condividevo sia con le mie compagne di scuola sia con Daniel il giardiniere e gli altri operai della missione.
Atuzie, ma anche aiuto reciproco, una solidarietà molto forte. Per esempio, quando un’allieva veniva punita doveva trascorrere la giornata a digiuno, chiusa in una specie di corridoio del magazzino dove si tenevano le provviste che chiamavamo “prigione”. Ci ho soggiornato quattro o cinque volte. Ma la punita non mangiava mai tanto quanto in quelle giornate. Perché le compagne si infilavano nelle dispense adiacenti e le gettavano da sopra il muro, che non raggiungeva il soffitto, tutto ciò di cui aveva bisogno, e persino di più!
Quando i miei genitori s’accorgevano di questa complicità con le mie amiche e le mie “sorelle”, senz’altro non si rendevano conto che la loro figlia era un’africana. Avevano allora diritto alle loro rimostranze. Secondo loro spettava a me, la bianca, la figlia del pastore, dare l’esempio, servire da punto di riferimento, e non il contrario.
Dal canto mio, non vedevo in cosa le loro regole di vita, ch’essi cercavano d’imporre agli altri, fossero superiori a quelle che scoprivo di giorno in giorno, a contatto con la natura e le mie amiche. I miei genitori potevano certo farmi sopportare degli interminabili sermoni in cui cercavano di spiegarmi che non si vive secondo il proprio istinto, che ricevere una buona educazione è il solo modo di essere rispettati dagli altri. Ma io mi ripetevo in fondo al cuore questa massima bangangté: “Non si può fermare l’acqua che scorre né il vento che soffia; non potranno fermare la mia vita”.
Nella mia ribellione non capivo lo spirito di sacrificio e il coraggio che erano serviti ai miei genitori per arrivare fin laggiù a divulgare la loro fede. Eppure con quale abnegazione mio padre percorreva a piedi foreste e paludi per diffondere l’amore universale di Gesù Cristo a popolazioni spesso indifferenti. Quale abnegazione anche da parte di mia madre, che ci curava da sola, senza l’aiuto d’un medico o di un ospedale. Consumavano tutta la loro energia nel tentare di sopravvivere e di trasmettere la loro fede e non restava loro proprio alcun tempo per interessarsi alle credenze e ai costumi di quelle genti ch’essi volevano salvare. Né il tempo né il desiderio. Tranne, certo, per meglio combattere quelle “superstizioni pagane”. Mai sarebbe venuta in mente loro l’idea che quelle credenze, quella civiltà erano uguali alle loro.
Conobbero senza alcun dubbio dei grandi momenti di scoraggiamento, perché i neri opponevano loro una resistenza passiva che loro scambiavano – tutt’al più – per della pigrizia. Lottavano per imporre la loro visione della felicità, tanto materiale quanto spirituale. Mio padre aveva almeno la consolazione di risultati visibili nei suoi lavori di costruzione: per esempio, tutta la missione, insegnanti, operai e collegiali, poteva ormai giovarsi di acqua corrente e di elettricità.
Ma mia madre si sfiniva nel tentativo di cambiare le mentalità. Vegliava su tutto, non si fidava di nessuno. Apriva persino la posta degli allievi. Allora, a volte, schiantava. Un giorno una delle interne, incaricata di occuparsi delle faccende domestiche, aveva steso sull’erba il più bell’abito di mamma perché si asciugasse, come facevano al villaggio. Aveva semplicemente dimenticato, o piuttosto ignorato, la corda per stendere e le mollette che si trovavano sul retro della casa. Un asino che brucava nelle vicinanze trovò l’abito di suo gusto. Udii delle alte grida provenire dalla casa e mi precipitai dentro. La povera ragazza teneva in mano, con aria compassionevole, i brandelli del bel vestito, e mamma, pazza di rabbia, cercava di tirarle addosso qualcosa. Arrivò mio padre e condusse la moglie nella sua camera, per cercare di calmarla.
- Sono tutti degl’incapaci! Urlava lei. Ci ammazziamo per inculcar loro qualche nozione su come vivere, ma non serve a nulla. I neri non evolveranno mai. Non fanno alcuno sforzo. Aspettano che uno sbrighi tutti i lavori al loro posto. Se li lasciassimo soli, tornerebbe tutto come prima.
Quando mia madre faceva questi discorsi, mi sentivo africana. E rigettavo, considerandoli ostacoli alla nostra libertà, la scuola, il culto, le buone maniere, l’igiene, gli abiti conformi alle convenzioni, tutte quelle bizzarre manie dei bianchi di cui ridevo insieme alle mie sorelle. Risolutamente, e senza pensarci due volte, mi ero schierata dalla parte di coloro che prendevano la vita come veniva, forse, ma soprattutto con gioia.

E’ vero che vedevo raramente altri francesi al di fuori di mio padre, mia madre, mio fratello e mia sorella.
Percepivo stando vicino a mio padre un forte senso di sicurezza, soprattutto durante le rare assenze di mia madre. In quei momenti, tutti i problem





segnalazioni e commenti
"Questo" Sudafrica...
No, questo Sudafrica non lo troverete nell’attualità delle cronache dei mondiali. Questo Sudafrica –quello che Arianna Dagnino mette a fuoco nel suo "Fossili" (lo pubblica Fazi)- è quello delle violente contraddizioni di Johannesburg ma anche del deserto del Kalahari e dei boscimani, delle esplorazioni alla ricerca delle origini della vita, in definitiva del mescolamento fra culture magiche e culture neometropolitane. Metteteci anche un delitto e una storia d’amore, e il ripensamento dell’identità bianca in un paese africano, e metteteci che tutto questo è raccontato al femminile, e abbiamo un romanzo che potremmo definire di avventura antropologica, il respiro serrato dell’azione che si mescola con quello ampio dei luoghi e della storia.

Così Franco Bolelli sulle pagine di "Tutto Milano" (la Repubblica) ha parlato del mio "Fossili".
[link]


links
Mr Palomar , "Fossili" e i "nomadi culturali"
Fabrizio Pecori, deus ex machina del blog sulla geografia emotiva Mrpalomar (chiaro omaggio a Italo Calvino), parla del romanzo "Fossili" (Fazi Editore) come di una lettura adatta ai "nomadi culturali". Mi ritrovo molto in questa definizione, che si adatta anche alle mie attuali ricerche sul "romanzo transculturale".
[link]

Italians in Fuga: un'intervista
Il sito di Italians in Fuga ha pubblicato un'intervista ad Arianna sulla scelta di trasferirsi agli antipodi, su cosa ha imparato nella sua vita australiana e su quali sorprese le ha riservato il quinto continente.
Testo integrale:
http://www.italiansinfuga.com/2010/06/03/laustralia-vista-da-una-nomade-italiana/
[link]