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TUTTA LA RETE SENZA COPYRIGHT
Internet è sempre più considerato un diritto da un crescente numero di «netattivisti» che lottano contro «l’ordine costituito» e difendono la privacy. Uno studio censisce gruppi e tendenze I libertari delle nuove tecnologie non si definiscono pirati ma intendono porre in risalto la questione della democrazia anche via computer
In molti casi la lotta assume toni da rivincita comunista per abbattere i controllori, descritti come «un blocco cinico»
Di Edoardo Castagna
Internet è come l'acquedotto: accedervi è un diritto, secondo un crescente numero di attivisti della rete. Napster, il programma che consentiva di registrare gratuitamente migliaia di canzoni, ha rappresentato il vertice di un'idea che si sta facendo largo tra i libertari delle nuove tecnologie: l'accesso e l'uso di internet per scambiarsi qualsiasi tipo di informazione è un diritto inalienabile. Non c'è copyright che tenga: una volta messe in circolo, idee e opere devono potersi muovere liberamente. Naturalmente coloro che detengono il copyright reagiscono: Napster è stato chiuso, e innumerevoli cause legali sono in atto contro azioni simili, liquidate come semplice "pirateria". Il problema è più complesso e coinvolge la concezione stessa che si ha di libertà e di diritto, in un mondo dove internet e lo scambio di qualsiasi dato a costo zero sono ormai fatti acquisiti.
In PopWar. Il NetAttivismo contro l'Ordine Costituito (Apogeo, pagine 166, euro 13,00) Stefano Gulmanelli segnala come le attività coordinate dei gruppi sulla rete stiano uscendo dalle cerchie di iniziati e comincino ad avere ripercussioni sociali; è ciò che Howard Rheingold definisce "smart mob", massa intelligente. Quasi una contraddizione, per esprimere la capacità di coordinare un'azione comune attraverso i mezzi offerti dalle nuove tecnologie. Basta che da un nodo della rete parta un messaggio: sarà rilanciato indefinitamente, nel tam tam di internet.
Non mancano, nei discorsi degli attivisti della rete, accenti da Caduta degli dei e di rivincita comunista. L'"Ordine Costituito" viene descritto come un blocco compatto, cinico e potentissimo, di affaristi hollywoodiani, politici e mezzi d'informazione di massa, tutto teso alla repressione della diffusione spontanea di contenuti. Ogni discorso sul merito di tali contenuti è pregiudizialmente abolito: meno l'autore è professionale, anzi, più è stimato. Meglio una webcam amatoriale di un servizio televisivo, un blog affermato (sorta di diario on line) del New York Times, un movimento "spontaneo" della "smart mob" di un uomo politico. Il valore della democrazia è messo in dubbio, sostituito da una meritocrazia dove il merito consiste nell'essere ritenuti degni di reputazione nel mondo di internet.
L'altro campo di battaglia è quello della riservatezza. Nemmeno le esigenze di sicurezza collettiva possono limitare il diritto di scegliere quali informazioni di sé rendere pubbliche. Telecamere a circuito chiuso, registrazioni dei pagamenti elettronici, tracciati dei percorsi compiuti su internet o con il proprio cellulare potrebbero effettivamente esercitare una vigilanza indebita sulla vita dei cittadini. Per gli attivisti della rete, "controllabile" diventa "controllato": dire che gli Stati possono sorvegliare e dire che vogliono farlo è esattamente la stessa cosa, contro la quale è lecito difendersi attivamente.
Dibattito
POPWAR PER ABOLIRE TUTTI I COPYRIGHT (E.Cast.)
Oltre a ignorarlo, scambiandosi senza limiti scritti, film e musica, i libertari della rete hanno dato anche vita a un dibattito sul copyright. L'impasse potrebbe, secondo alcuni, essere superata intendendo il copyright come un controllo sulla riproduzione, non come proprietà dell'opera. È una soluzione ancora insufficiente per gli attivisti di internet, ma almeno inverte l'attuale tendenza all'espansione, nel tempo e nei modi, delle leggi sul copyright. Più favore suscitano le ipotesi di limitazione dei diritti coperti dal copyright: potrebbe essere sufficiente che l'opera indichi sempre l'autore, oppure che si possa utilizzare ma non modificare, o ancora che l'uso sia libero, purché con finalità non commerciali. Ma il vero obiettivo della "PopWar" è l'abolizione del concetto stesso di proprietà dell'opera: l'artista e l'intellettuale hanno sì diritto di vivere delle proprie idee, ma non delle proprie opere. Esse dovrebbero funzionare come "biglietto da visita" per sollecitare esibizioni dal vivo, p agate. Il copyright tradizionale è inteso come una rendita dal far niente; l'idea è tornare al mecenatismo rinascimentale, dove al posto del singolo principe sta una comunità - una "smart mob".
HACKER
Un gruppo alternativo che lotta contro la censura nei Paesi non democratici
di Edoardo Castagna
Hacktivismo è un gruppo di lotta contro la censura nei Paesi non democratici: Cuba, Iran, Arabia Saudita, Bielorussia. E, naturalmente, la Cina. Stati accomunati dal controllo dei provider e dal blocco dei siti definiti pericolosi. Più riformista che rivoluzionario (riconosce il diritto dell'avversario, Stato o multinazionale che sia, a parlare anche quando lo vieta al cittadino; ammette perfino che alcuni dati possano essere secretati per esigenze di sicurezza), Hacktivismo combatte la sua "PopWar" creando una rete alternativa a cui tutti possano accedere, liberamente e gratis. Si tratta di ridisegnare l'attuale assetto di internet: anziché una serie di passaggi obbligati (i server delle società di telecomunicazioni che offrono il servizio), una nebulosa di nodi variabili, rappresentati dagli stessi utenti, ognuno dei quali funziona come server per gli altri. Per comunicare con B, A passa attraverso lo sconosciuto "amico" C; si crea così una rete alternativa che sfugge al controllo dei gestori istituzionali. Il peer-to-peer (consentire ai membri del gruppo l'accesso ai dati in mio possesso e viceversa) consente così di diffondere e ricevere materiale soggetto a censure politiche, ideologiche, critiche, artistiche, intellettuali o religiose. La tecnica più recente, ideata espressamente per la Cina, è Six/Four (quattro giugno: la data di Tienanmen), protocollo che combina il peer-to-peer con accorgimenti di crittografia. Uno spiraglio per milioni di cinesi, che forse possono contare su una leva in più per ottenere il rispetto dei diritti umani. Ma intanto Pechino ha messo al bando Hacktivismo.
ECCO I WARCHALKER
Agganciati alle onde radio Wi-fi tracciano «hobos», graffiti sui muri
(E.Cast.)
Uffici e internet caffè si stanno progressivamente dotando di reti Wi-fi, dove il collegamento a internet non dipende più dalla presenza fisica di un cavetto ma da onde radio diffuse entro la propria area. Le mura delle aziende, però, non sono un confine netto per le onde: qualcosa sfugge all'esterno, e i warchalker sono pronti ad approfittarne. Sono attivisti che vanno a caccia di segnali radio girovagando per le città; appena ne individuano uno si agganciano alla rete Wi-fi e la sfruttano per connettersi. Ma non si accontentano di navigare a sbafo per conto proprio: tutti devono poter utilizzare il segnale in eccesso. Il luogo propizio viene allora contrassegnato con uno hobo, un graffito tracciato nelle vicinanze.
Negli anni Trenta, durante la Grande depressione americana, gli hobos erano i segnali che i disoccupati vagabondi utilizzavano per scambiarsi informazioni sull'accoglienza che avevano ricevuto nelle case cui avevano bussato. L'idea è stata copiata da un creatore di siti internet inglese, Matt Jones, che ha disegnato alcuni simboli adatti alle esigenze dei warchalker. I cacciatori di banda, una volta scovata un'onda, tracciano un graffito che faccia intendere al prossimo, sconosciuto membro del gruppo i dati fondamentali: la parola chiave per accedere, la larghezza della banda individuata e il tipo di segnale disponibile.
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