Così insegno le tlc agli americani - Colloquio con Mario Gerla
Il Sole 24 Ore
Arianna
16/6/2004


E’ un italiano lo scienziato che ha diretto “MinuteMan”, un progetto di ricerca finanziato dal Dipartimento della Difesa americano nel campo della robotica. Docente di Computer Science presso l’UCLA di Los Angeles, ora Mario Gerla è impegnato su alcune delle sperimentazioni più avanzate e promettenti nel settore delle reti wireless – e in particolar modo della tecnologia wi-fi -attraverso il WAM (Wireless Adaptive Mobility) Lab dell’UCLA. “Stiamo lavorando su due sistemi molto importanti: le reti ‘ad hoc’ e le reti ‘mesh’”, racconta Gerla, “Le prime sono reti wireless che possono essere implementate in ambienti privi di infrastrutture, come un campo di battaglia, una zona disastrata o una zona remota (giungla, deserto). Le seconde sono reti wireless per ambienti urbani (come campus, uffici o abitazioni) che vengono installate ‘in parallelo’ a una esistente struttura wired o wireless (ad esempio la rete di telefonia cellulare)”.
Tanto per intenderci, le reti mesh, note anche come reti multihop, consentono di estendere l’accesso alla banda larga attraverso reti wireless. All’interno di questi network decentralizzati ogni utente rappresenta un “nodo” della rete, in grado di ricevere (nella funzione di “client”) ma al tempo stesso di ri-trasmettere (quindi di fungere da ripetitore, come fosse un router) pacchetti di dati. In questo modo si realizza una sorta di sistema peer-to-peer che, facendo ‘rimbalzare’ il segnale su uno o più nodi intermedi (il cosiddetto multi-hopping), permette la connessione fra due nodi altrimenti ‘fuori portata’ fra loro. Grazie a software che permettono ai pacchetti di dati in trasmissione di trovare – fra le varie combinazioni possibili di nodi del network – la ‘strada migliore’ (la più breve o la meno congestionata), la tecnologia mesh è definita anche come ‘il modello Internet reso wireless’. Fra le molteplici tecnologie nate per implementare reti mesh una delle più diffuse al momento è quella sviluppata da LocustWorld, che oltre al software commercializza anche MeshBox, un apparecchietto in grado di creare un mesh wireless network a cui possono collegarsi tutti gli utenti dotati di dispositivi mobili (cellulari, PDA o laptop), sui quali è stato preventivamente installato il relativo software.
Ma, come spiega Gerla, “mentre le reti ad hoc servono per scopi e applicazioni molto particolari, le reti mesh ‘rinforzano’ e rendono molto più accessibili ed economici dei servizi già esistenti. Per esempio, con una rete mesh urbana sarà possible scaricare presentazioni PowerPoint e partecipare a videoconferenze dall’auto a tariffe inferiori e prestazioni superiori di quelle offerte dall’UMTS”. Naturalmente, queste nuove tecnologie “ad hoc” e “mesh” si dovranno integrare alle tecnologie esistenti 2.5 G e 3G. “Per questo uno dei campi di ricerca più interessanti in questo momento è quello dell’integrazione sinergica delle varie tecnologie wireless, meglio noto come ‘vertical handoff’”, dice Gerla, che chiarisce meglio il concetto portando un esempio: “un individuo munito di palmare può cominciare a scaricare (legittimamente) un file di musica mediante UMTS mentre sta passeggiando in un parco. Quando entra in un supermercato, il palmare si rende conto della presenza di una rete mesh pubblica Wi-Fi e quindi completa il download sull’interfaccia Wi-Fi”.
Proprio le promesse del Wi-Fi stanno generando, di qua come di là dall’Atlantico, una nuova ondata di ottimismo fra gli operatori del settore. Ma quanto questa è giustificata o pericolosamente "gonfiata"? “Se osserviamo il mercato americano, dove il Wi-Fi è presente da molto più tempo che in Italia, riscontriamo che il pubblico ha reagito con molto entusiasmo alle offerte Wi-Fi nei campus, negli aeroporti, nei coffee shop”, risponde Gerla, “Bisogna però anche dire che molti di questi servizi sono stati offerti gratis o quasi. Il business model deve essere quindi ancora studiato attentamente. Per assicurare il successo di questo business bisognerà fornire accesso facile e ‘sicuro’ a tutte le risorse Internet, con prestazioni adeguate e a un prezzo conveniente. Non ritengo però che l’ottimismo in questo settore sia troppo ‘gonfiato’”.
Come italiano trapiantato in California, con una cattedra all’UCLA ma anche con un corso di computer science tenuto presso il master del MINE (Management in a Network Economy, www.mine.it) dell’Università Cattolica di Piacenza, Gerla gode di un osservatorio privilegiato, che gli consente di notare l’approccio da parte degli studenti e dei ricercatori italiani rispetto a quelli americani o di altre nazionalità nell'interfacciarsi con le problematiche legate alle innovazioni tecnologiche. “Quello che ho potuto constatare è che la tecnologia è soprattutto un grande ‘equalizer’ – commenta Gerla - tutti rispondono indistintamente con enorme interesse alle innovazioni, indipendentemente dal background economico e culturale. L’esperienza del MINE è molto interessante perché coinvolge studenti da tutto il mondo; ho così avuto modo di osservare come la diversa provenienza etnica stimoli reazioni diverse e fornisca competenze complementari che sono utilissime in uno sforzo di squadra”.
Ancora più privilegiato è il punto di osservazione di cui Gerla ha potuto godere in qualità di direttore del MinuteMan, un progetto del Dipartimento della Difesa americano nel campo della robotica per la messa a punto di veicoli autonomi che potessero svolgere funzioni di esplorazione e di mantenimento delle comunicazioni nel teatro bellico. Da sempre le innovazioni tecnologiche più ardite e avanzate vengono implementate in ambito militare e solo in un secondo momento trasferite in ambito civile. Le cose funzionano ancora così? A vantaggio o a detrimento di chi e di cosa? “La ricerca mirata ad applicazioni militari offre il grande vantaggio di anticipare e spesso ‘stimolare’ lo sviluppo di nuove tecnologie e applicazioni. Il progetto MinuteMan ne è un ottimo esempio”, dice Gerla, “In questo progetto abbiamo messo a punto dei veicoli autonomi (robot che si muovono sul terreno o addirittura volano) per svolgere funzioni di esplorazione e di mantenimento delle comunicazioni. Le applicazioni commerciali sono ancora in fase embrionale, però si può facilmente immaginare come si possano usare questi metodi per l’osservazione dell’ambiente e per operazioni di salvataggio dopo un disastro chimico o nucleare”.
Arianna Dagnino

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Mario Gerla è docente di Computer Science presso la University of California a Los Angeles (UCLA). Ha conseguito la laurea in ingegneria elettronica al Politecnico di Milano e il Ph.D. in ingegneria all’UCLA. Da anni il suo campo d’interesse e di ricerca riguarda la progettazione e il controllo di sistemi di comunicazione computerizzata distribuiti e di network di computer ad alta velocità (B-ISDN e optical networks). Attualmente sta seguendo i lavori del WAM (Wireless Adaptive Mobility) Lab, un centro ricerche nato in seno al dipartimento di computer science dell’Ucla che si occupa di progetti di ricerca nell’area delle comunicazioni wireless.
Il professor Gerla è stato direttore del “MinuteMan”, un progetto di ricerca finanziato dal Dipartimento della Difesa americano nel campo della robotica per la messa a punto di veicoli autonomi che potessero svolgere funzioni di esplorazione e di mantenimento delle comunicazioni nel teatro bellico.





segnalazioni e commenti
The Afrikaner. A Novel
The Afrikaner (Guernica Editions) is a transcultural novel by Arianna Dagnino set in Southern Africa between Johannesburg, Cape Town, the Kalahari Desert and Zanzibar. It starts as an urban thriller, it develops into a road adventure, it acquires the tones of a scientific novel and it ends on a metafictional note.

More succinctly, The Afrikaner is a fiction on South Africa and the destiny its Black, Coloured and White tribes have historically shared and will continue to share under the African sky.

Read the synopsis of the book here: [link]/
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Transcultural Writers and Novels in the Age of Global Mobility
In Transcultural Writers and Novels in the Age of Global Mobility, Arianna Dagnino analyzes a new type of literature emerging from artists’ increased movement and cultural flows spawned by globalization. This “transcultural” literature is produced by authors who write across cultural and national boundaries and who transcend in their lives and creative production the borders of a single culture. Dagnino’s book contains a creative rendition of interviews conducted with five internationally renowned writers—Inez Baranay, Brian Castro, Alberto Manguel, Tim Parks, and Ilija Trojanow—and a critical exegesis reflecting on thematical, critical, and stylistical aspects.

"In this thought-provoking study, Arianna Dagnino is concerned to identify a cohort of writers who, in the ease with which they move between domiciles, languages and cultures, find themselves ahead of the pack in expressing a newly emergent transcultural sensibility. In a series of interviews, intercut with her own diary entries and treated to a light process of fictionalization – which is brought off with a novelist’s skilled hand – five writers present their reflections on their genesis, their present situation, and their future aims in a more and more globalized world, reflections which are never less than interesting and are often far-sighted. Their comments are in turn interrogated by Dagnino and set in a wider framework of transcultural theory. Transcultural Writers and Novels in the Age of Global Mobility is a significant contribution to a growing body of work on the metamorphosis of literary culture in times of dissolving cultural boundaries." – Nobel Laureate J M Coetzee, The University of Adelaide
http://blogs.ubc.ca/transculturalwriters/
http://www.thepress.purdue.edu/titles/format/9781557537065
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