APPUNTI CINESI
Arianna
1/10/1995


A PROVA DI CINA

Ho trascritto alcuni veloci appunti ripresi dal mio diario durante un viaggio in Cina fatto con Stefano nel 1992. Non c'è continuità logica fra di loro, né un tema uniformante. Sono solo flash. Spunti per la riflessione o la discussione. La brevità rende i giudizi radicali e questo mi preoccupa, come la troppa personalizzazione. Sento però che nella Rete bisogna usare un linguaggio più didascalico, che ognuno può sviluppare (o "smontare") poi con calma una volta "off-line". Negli appunti compare spesso "S.", il mio compagno di avventure. Ne ho trascritto solo una parte: manca tutta quella relativa al tragitto lungo l’antica “Via della Seta”.

IN VOLO

Più ci aggiorniamo più il nostro viaggio si arricchisce di dati preoccupanti e, come non tarderemo a scoprire, decisamente fuorvianti. Per esempio: non c'è guida che non consigli di ”restare calmi" di fronte ai contrattempi e ai problemi che - immancabilmente (?!) - sorgeranno durante il soggiorno cinese. Con l'esperienza del poi, si dovrebbe scrivere che la Cina è tassativamente "off limits" ai turisti nervosi e facilmente sovreccitabili.

Le guide incalzano: ricordarsi che i cinesi ridono anche quando sono imbarazzati, stanno mentendo o non sanno come risolvere un problema. E poi ancora: Lasciategli sempre una via di fuga, i cinesi non sopportano di ”perdere la faccia", soprattutto di fronte a uno straniero>. Questa è una delle più grandi mistificazioni apparse nella letteratura di viaggio: lasciate a un cinese (così come a chiunque altro, senza discriminazioni di razza) una via di fuga e l'avrete sempre presa in quel posto.

Aggiornamento: Pechino (ma la dizione corretta sarebbe Beijing), conta 11 milioni di persone (di cui 6 dislocati nelle zone periferiche) e 7 milioni di biciclette.

Naturalmente, abbiamo perso la coincidenza Hong Kong-Pechino: il Cits (l'ente statale cinese per il turismo) ci aveva fissato il volo successivo con soli 40 minuti di scarto. Come presto verremo a scoprire, nell'ex Impero Celeste la mala sorte non è figlia del Caso ma del Cits. Superata la dogana all'aeroporto di Beijing, la guida che avrebbe dovuto accoglierci (solo accoglierci il primo giorno e portarci in albergo, poi ce la saremmo cavata da soli) non c'è; ci rendiamo invece subito conto che quelle degli altri - piccoli o grandi gruppi - sono in diligente attesa dei loro clienti; è grazie a loro che, dopo un'oretta di indecisioni, sorrisi e trattative, ”onolevolmente" scendiamo al Jianguo Hotel.

Troppo esausti per affrontare la città. Cena al Four Seasons, il ristorante cinese di un albergo per occidentali (debolezze da fuso orario). Prima sensazione: tra involtini primavera e "fried noodles" è come non essere mai partiti.

A PECHINO

Per loro il lusso è occidentale. Per noi è Ming. Noi cerchiamo i fasti dell'Impero Celeste, loro la comodità delle nostre Nike.

La natura è la nostra unica salvezza. Anche qui in Cina. Sono appena arrivata e già la metropoli mi soffoca. Al diavolo la Città proibita, il Tempio del Cielo e quello della Consolazione...

Sono in attesa e quindi scrivo. S., ce fotografa, può vedere la Cina con occhi ”diversi", forse meno spietati. L'obiettivo può stravolgere o abbellire, eliminando certe inquadrature, la realtà. Lui coglie il particolare nobile, io il generale degradato.

La Cina si salva negli spazi - immensi-, nei viali alberati con le fiumane di umanità "in progress" e nella dignità dei suoi vecchi, armoniosi come canne di bambù in un mondo che sta cambiando troppo in fretta.

E' vero, noi ci scandalizziamo di fronte agli orrori costruttivi di Beijing; grattacieli come mostri, palazzi che fagocitano altri palazzi. Ma di fronte alla miseria e al fango dei senza tetto, qual è la via giusta?

Musiche antiche di flauto risuonano mentre scrivo nel sole, sul lungo viale che porta al "Tempio delle preghiere per un buon raccolto". S. fotografa. Intorno a me, come succederà spesso, si è formato un piccolo capannello di curiosi: guardano come scrive un'occidentale, per di più mancina.
Piazza Tienanmen è all'altezza della Cina: sterminata all'apparenza e di fatto, soprattutto quando bisogna attraversarla sotto il solleone d'agosto.

Nella Città Proibita. Bisognerebbe visitarla all'alba (quando è ancora deserta) e sotto la pioggia. Perché allora dalle 11.000 bocche dei suoi dragoni di pietra l'acqua zampillerebbe in piccole ma scenografiche cascatelle. Bisogna fermarsi sul particolare, in questa sterminata città; cercare le forme nascoste, quelle che gli altri trascurano o guardano senza vedere. In genere sono piccole teste di animali, buddha in miniatura, tegole intarsiate e animaletti appollaiati in fila indiana sui tetti delle pagode. La sequenza tipica è questa: dragoni, fenici, cavalli, cavalli alati, leoni; in testa a tutti: un uomo seduto con una mano sola. L'altro particolare meraviglioso e raccapricciante allo stesso tempo è una lastra ricavata da un unico pezzo di marmo del peso di 200 tonnellate che poteva essere attraversata solo dall'imperatore. Si presenta come un mare fluttuante, dalle onde scolpite come riccioli selvaggi che frange contro cinque picchi e le code di nove draghi. Ci vollero 28 giorni e 25.000 uomini per trasportarlo dalla periferia della capitale al cuore della Città Proibita.

LA GRANDE MURAGLIA E LE TOMBE MING

Appuntamento alle 6.30 del mattino con l'autista per raggiungere la Grande Muraglia prima dei torpedoni di turisti. Appena arrivati, cominciamo subito a inerpicarci lungo il tratto meno battuto e la Cina ci ricompensa con un momento magico di quasi solitudine: nubi scure su di noi, brezza d'Oriente, bruma di primo mattino laggiù nella valle.
Ed eccoci alle Tombe Ming. Quella di Changling, la più disertata, è la cosa più bella che abbiamo visto finora. Abbiamo vagato a lungo nel silenzio, con S. sempre intento a posare il cavalletto, a fissare inquadrature, a scovare particolari inaspettati in un cippo di marmo, fra le pieghe rugose di una tartaruga di bronzo.

Impressioni della giornata: La Grande Muraglia spezza le gambe. La grande Cina spezza il fisico; sempre che la si voglia conoscere a fondo.

”Chi viaggia lo fa per aprire gli occhi e le orecchie e per alleggerire la propria anima". Condivido questa massima di Lao Tse, ma in Cina non riesco a sentirmi leggera. I disagi non mi spaventano, ma non sopporto la ”disorganizzazione organizzata", cioè la burocrazia in viaggio.

Quello che mi sgomenta dei cinesi è la loro asessualità, tanto nella struttura fisica quanto nelle movenze. Gli uomini, più ancora delle donne, hanno sguardi assenti. E' come essere di fronte a un popolo unisex. Per loro sarà pure una questione di pudore, ma dov'è finito l'eros? Non riesco ad immaginare una scena d'amore in cui una coppia di cinesi si baci con voluttà. Eppure il loro tasso di natalità smentisce le mie impressioni.

GUILIN

A bordo del sampan, sulla via del ritorno. S. cerca sul dizionarietto l'ideogramma corrispondente a ”bello" e lo mostra al barcaiolo. Lui e sua moglie rispondono esclamando "fuli", che significa ”benessere".
Pioggia sul fiume Li. L'acquazzone ci ha colti di sorpresa, senza farsi annunciare da tuoni e nuvole basse. E' successo tutto all'improvviso: una mano invisibile ha spruzzato un vapore tropicale sul fiume e ha fatto sì che i contorni delle cime si amalgamassero col vento e la pioggia battente. Fino a quando l'intero paesaggio non si è cancellato sotto un velo di grigio-umido. La schiena di S., lo zainetto, i miei pantaloni erano zuppi; ma eravamo tornati bambini. L'incantesimo si è rotto al momento dell'attracco, quando S. ha tirato fuori i Remimbi (la moneta del popolo) per pagare il barcaiolo, il quale si è messo a urlare dicendo che voleva Fec (la moneta degli stranieri, che vale cinque volte di più); ha preteso che andassimo al posto di polizia perché non abbiamo ceduto al suo ricatto: quello di non farci scendere dalla barca se non gli davamo i Fec. Naturalmente, essendo in regola con la legge del Paese per quanto riguarda i servizi prestati dai locali, il poliziotto di turno ha dato ragione a noi. Il barcaiolo se n'è tornato dalla moglie scornato e noi ci siamo di nuovo ritrovati nel caldo e nella polvere, di nuovo cinici e adulti.

CANTON

Ultima tappa, Canton: 6 milioni di abitanti, 4 milioni di biciclette, 2 milioni di auto. E' stata aperta agli stranieri nel '78. Contemporaneamente, tramontava l'era dei sampan e nasceva quella dei grandi alberghi. E' ritornata invece, come se cinquant'anni di maoismo e pauperismo non avessero insegnato o lasciato nulla, l'era dei ricchi senza scrupoli. Oggi si ritrovano tutti al Sunlight Garden Restaurant (di fronte alla Fiera dell'Export e a fianco del China Hotel), un ritrovo superesclusivo da 1000 yuan (300.000 lire) a persona per pranzo costruito come una cattedrale gotico-arabeggiante; sorge nel cuore di un parco e di un laghetto, i clienti lo raggiungono in barca dopo essere scesi da limousine e Mercedes.

Un mattino a spasso per la città. Appena lasciataci alle spalle l'isola di Shamian, dove un tempo vivevano gli europei e dove oggi sorge il White Swan Hotel, entriamo nel mercato delle spezie e delle cose morte. Ci sono scarafaggi secchi, corna di cervo, code (di quale animale?) disidratate, petali di fiori essiccati, scaglie di serpente, cortecce, gusci di tartaruga, radici di zenzero, sacchi nauseabondi di scorpioni e di insetti. Da alcune bancarelle emana un odore pestilenziale, di merce putrida. Ma questo non è niente a confronto di quello che ci aspetta poco più in là: il celeberrimo mercato degli animali, una vera e propria sagra degli orrori. Almeno per me. Il gusto morboso con cui certi occidentali vengono a visitarlo è lo stesso con cui vanno a vedere un film horror. Tartarughe moribonde vengono sbattute senza pietà da un contenitore all'altro, cadaveri di piccoli roditori giacciono in minuscole gabbie in attesa di acquirenti, e poi ancora vasche invase dai serpenti d'acqua, gattini scorticati e grossi ratti del bambù (bamboo mouse) afferrati per la coda e venduti. La cosa che più mi colpisce, però, sono gli uomini, che mangiano, ridono, dormono, incuranti della sofferenza. Chi sono gli ”animali"?

Il nostro sudato vagabondare (il caldo, come il traffico, qui è senza pietà) continua per le vie di una città brutta e caotica: troppa gente, troppo rumore, troppo cemento. A piedi raggiungiamo il Guanxiao Temple ma non entriamo. Mi rifiuto - e S. ne conviene - di entrare nell'ennesimo tempio buddista rifatto e senza atmosfera. Invece saliamo su un taxi e ci facciamo portare all'Orchid Park. Non è niente di speciale, ma qui almeno possiamo respirare nel verde e nel silenzio. Nel prezzo del biglietto d'accesso è inclusa la degustazione di una tazza di tè sulla terrazza di una villa nascosta nel cuore del parco. Ed eccoci così servito un relax in puro stile coloniale. Sediamo su poltrone di legno intagliato, sorseggiando un infuso al gelsomino. Ha iniziato a piovere, l'aria è spessa di umidità. I ventilatori a pale sono in funzione, i vetri della sala portano incisioni di ramo di pesco. La pioggia è tropicale e noi attendiamo l'ora della cena scegliendo in quale ristorante trascorrere la serata (il Banxi o il Nanyuan?). Così, tra rettili essiccati e sudore coloniale, viviamo la nostra ultima giornata cinese.

Abbiamo fatto un imperdonabile errore: trovarci dalla parte opposta della città rispetto al nostro hotel su un taxi nell'ora di punta. Da nevrosi. In 40 minuti e immobilizzati da inestricabili ingorghi di biciclette, siamo a un terzo del percorso. Raggiunta la quota di 20 yuan (dopo un certo periodo di tempo, fra l'altro, scatta il tachimetro a tempo e non più quello chilometrico) siamo scesi dal taxi bloccato e abbiamo proseguito a piedi. All'altezza del Guangzhou Restaurant abbiamo ripreso un taxi fino al nostro albergo. Una velocissima doccia e siamo di nuovo in strada diretti al Banxi Restaurant.
Sono le 20.20 quando varchiamo la porta del locale, ma ormai è troppo tardi, stanno per chiudere le cucine e noi veniamo ricacciati sul marciapiede. Al limite, se vogliamo, possiamo cenare nella sala a pianoterra, quella dal servizio supereconomico, dove gli uomini urlano come ossessi e scaraccano per terra. S. non se la sente. Finiamo al ristorante cantonese del nostro albergo per occidentali, mortificati; e spendiamo in due 290 Fec (circa 90.000 lire): una cifra spropositata per la Cina. In compenso S. ha potuto ordinare il suo piccione e la sua Seafood Casserole; e bere la sua birra ghiacciata. Sul taxi che ci portava all'hotel abbiamo discusso, perché io avrei preferito rimanere al pianoterra del Banxi e trascorrere là la nostra ultima notte cinese. Tacciata per questo di essere una radical chic. A chi dar torto?

IN VIAGGIO SUL TRENO CANTON-HONG KONG

Lungo il tragitto Canton-Hong Kong è tutto un cantiere. Grattacieli e casermoni di una feroce bruttezza stanno crescendo ovunque, come funghi velenosi e asfissianti, senza alcun ordine apparente, senza alcun rispetto per il verde che scompare.
Le case di 30-40 piani si schiacciano e si soffocano a vicenda, rubandosi luce e ossigeno. Questa è la nuova Cina, in crescita inconsapevole, affrettata e mostruosa. Come dice S., questa è ”la ciliegina finale sul nostro viaggio".

In Cina mi è mancato ”il ritorno alle origini", quel bagno rigeneratore e appagante nella natura Madre e Selvaggia. In poche parole, mi è mancata l'Africa.

Considerazioni finali di S. sulla Cina:
A raccontare quello che abbiamo vissuto, tutta la serie di piccole e meno piccole angherie che abbiamo subito, senza che però gli altri abbiano la pur minima idea di cosa è veramente questo Paese, finiremo per non essere creduti. O per essere tacciati di ”esagerare" il reportage.
- Siamo arrivati al pregiudizio. Quando vediamo un occhio a mandorla pensiamo: ”E' un cinese, se si sta comportando male. E' un giapponese, un cittadino di Hong Kong o di Taiwan se si comporta civilmente". Ma non è sempre così.

Penso che sia giusto chiudere il nostro diario di viaggio con una riflessione di Auden-Isherwood tratta dal loro libro di memorie. Avremmo dovuto sorridere più spesso di fronte agli inconvenienti, ai ritardi, alle inefficienze, ai soprusi cinesi. ”Ma - ahimé - a causa della nostra irritabile, materialistica mentalità ci sentivamo seccati".

Ancora S. incalza: ”Ho appena visto l'ultima immagine che mi rimarrà impressa della Cina: un capostazione che, bandierina alla mano, mentre passa il treno, sbadiglia".

HONG KONG

In quella breve striscia di confine che separa la Cina da Hong Kong il verde ha ancora il sopravvento sull'uomo. E' un idillio collinare che dura solo qualche chilometro. Poi i grattacieli-fungo riappaiono ancora più alti, più ossessivi. Hong Kong è alle porte, con le sue 6000 anime per kmq (il quartiere popolare di Mongkok conta addirittura 125.000 persone per kmq, la più alta densità abitativa del mondo).
Ed eccola, finalmente, questa megalopoli d'Oriente, dove le montagne di roccia della Natura sovrastano come possenti spalle le montagne di cemento dell'Uomo. Ed ecco il mare, che tutto lambisce nel suo indifferente ondeggiare. La prima cosa che salta agli occhi sono le insegne: prima in inglese e poi in cinese.
Vedere Hong Kong è assistere alla realtà della vita e alla sconfitta (irrevocabile?) dell'umanità. Osservi e pensi che la differenza di status(perché ”classe" non va più bene?) è una piaga insanabile. Per mancanza di volontà, di mezzi o di spazio?, viene da chiedersi. Così ha funzionato il mondo fino a oggi: i pochi privilegiati con villetta in collina e la moltitudine, chiusa in alveari di 30-40 piani, prigioniera di grattacieli-manicomio.

Un pensiero-impressione scatta immediato e lascia la bocca secca: vogliono fare della Cina tante grandi Hong Kong.

Il lusso del Central, a Hong Kong, è la vita come dovrebbe essere, perlomeno in una metropoli. Entri in una shopping mall e trovi gallerie di acciaio e cristallo, ascensori come astronavi trasparenti e, nella piazza centrale, le note jezzate di un pianoforte a coda laccato di bianco.

Tre giorni a Hong Kong e il turista si sente fuori posto. Qui, dove tutti pranzano e cenano parlando d'affari, dove le donne sfoggiano tailleur firmati e dove portatili e beeper squillano in continuazione, lo straniero ozioso, l'esploratore in una città sconosciuta, è fuori posto. Doppiopetti tagliati su misura, Bmw e limousine stonano con il suo abbigliamento sgangherato da ”sopravvivenza". E poi, compiuto il rito di uno shopping ormai nemmeno più così a buon mercato, cosa rimane da fare a H. K. se non tuffarsi in una piscina all'ottavo piano di un grande albergo?

Abbiamo lasciato la hall dello Shangri-la per l'Italia sulle note di uno Steinway; il pianista aveva appeno intonato “My Way” di Frank Sinatra: stava suonando la nostra canzone.

NOTA FINALE
Quando alla fine del viaggio si tirano le somme, ci si rende conto che la cosa che più ha colpito sono i cinesi stessi. Un popolo cordiale, soprattutto quando si tratta di umile gente di strada o di campagna, lontana dall'alterigia del potere burocratico o dalle "furberie" di tassisti, albergatori, negozianti (i quali di fronte a un turista decuplicano prezzi e tariffe) e che osservano il forestiero con tanta curiosità. Nonostante ciò esiste, invisibile, un qualche subdolo principio di incomunicabilità tra noi e loro, che va ben oltre le difficoltà linguistiche. E' come se due mondi si sfiorassero senza mai incontrarsi: un'impressione avvertita non solo da fugaci viaggiatori estivi, ma anche da molti occidentali che in Cina vivono e operano.







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