Appunti sul Sudafrica violento
Arianna
29/3/2000


Stavamo lasciando Johannesburg per sempre, dopo tre anni e mezzo di scorribande nei luoghi più caldi di una metropoli e di un Paese, il Sudafrica, che lentamente stava affrontando il post-apartheid: la prova della democrazia e delle libertà razziali. Tre anni e mezzo in cui io e mio marito, da giornalisti, avevamo avvicinato vecchi e nuovi potenti, respirato il benessere dei rand-lord (i padroni dell'oro e dei diamanti), ma anche la realtà feroce e spietata dei ghetti, le miserie multiple di milioni di neri.
Mancavano tre giorni alla partenza. Era tutto pronto. Il trasloco era stato organizzato, la macchina venduta, il giro di saluti di amici e conoscenti ormai quasi completato. E, proprio allora, ricevemmo la telefonata di un'emittente televisiva straniera che ci chiedeva di organizzare un servizio su Soweto, il più grande ghetto nero del mondo.
A Soweto, in quei tre anni e mezzo, eravamo entrati decine di volte. Quasi sempre con il nostro vecchio Beetle (un maggiolone Volkswagen del 1973), volutamente scelto come nostro mezzo di trasporto per non dare nell'occhio, per non allettare il grilletto facile degli "hijackers" (i rapinatori a mano armata di auto), per non sbattere in faccia il nostro privilegio di bianchi ogni volta che entravamo nelle zone buie del Paese, anche quando messe a nudo da un accecante sole africano. Eravamo entrati in abiti dimessi, avevamo nascosto le nostre macchine fotografiche in vecchie sacche di tela, parlato con rapinatori, stupratori, spacciatori di Mandrax, di Kalashnikov, di "dagga" (marjiuana) e cocaina. Avevamo rischiato. Spesso avevamo sentito sguardi ostili bucarci la nostra pelle, sempre troppo fastidiosamente bianca. Perché è ovvio che, dopo 40 anni di apartheid, il razzismo è ormai speculare: a quello dei bianchi nei confronti dei neri corrisponde quello dei neri nei confronti dei bianchi. Ci sono luoghi dove "noi" non siamo bene accetti.
Eravamo entrati anche nel pronto soccorso del Baragwanath, l'ospedale di Soweto, il più grande del mondo a sud dell'equatore, dove il venerdì pomeriggio i dottori preparano file di barelle di fronte all'ingresso per accogliere i morti e i feriti del weekend, quando l'alcol circola più spesso nelle vene scatenando furie omicide. "Qui ho imparato a fare chirurgia di guerra", ci raccontava Piero Maberti, un medico italiano che aveva trascorso ben otto anni in trincea al Baragwanath, con guardie armate all'entrata e filo spinato sui muri di cinta, "E ho proprio visto di tutto: punte di lancia conficcate nel petto, asce intrappolate nella carne viva di gambe e addomi..."
E proprio perché, anche noi, avevamo visto seppur in parte tutto questo, proprio perché già molte - troppe - volte avevamo fatto conto sulla nostra buona stella, quel giorno non ce la sentimmo di sfidare ancora la sorte.
Rifiutammo l'incarico.
Codardia? Chiamatela pure così se vi pare.
Ma quando sei un reporter devi imparare anche ad ascoltare quello che ti dice il cuore e quello che ti dice la gente. Proprio pochi giorni prima, salutando Marinovich, un fotografo che era stato sulle barricate, che negli anni '80 coi suoi scatti aveva contribuito a far conoscere al mondo le proteste e i riot neri contro l'apartheid, ci eravamo sentiti dire: "Io entro sempre più malvolentieri a Soweto di questi tempi. Non è più come una volta. Una volta, noi fotografi bianchi sentivamo di essere ben accetti. Eravamo lì per denunciare le violenze della polizia di Pretoria. Ora siamo come tutti gli altri: polli da spennare e, se ci scappa la lama, anche da scannare. Ho paura ad entrare a Soweto anche quando Nbojule (un suo giovane assistente nero) mi chiede un passaggio per andare a casa". Sì, perché un nero al tuo fianco, ormai, ora che la "lotta" è finita, che il regime segregazionista è crollato, non è più una garanzia per la tua incolumità.
Quello che conta, oggi, sono i soldi.
A un bandito non importa più se sei bianco o nero (e i banditi frutto della miseria, ora che non c'è più un regime di polizia, sono ovunque), ma quanto è gonfio il tuo portafoglio. La ricchezza cancella le differenze di razza. E poi, soprattutto a Johannesburg, dove gli "hijackings" avvengono ormai su ordinazione, la violenza guarda più al colore della tua auto che a quello della tua pelle. E' capitato in diretta a un'agiata signora bianca con Mercedes grigio metallizzato, che al classico semaforo rosso si è vista puntare un Kalashnikov alla tempia da un nero possente. Il quale si è seduto al suo fianco e le ha ordinato di continuare a guidare. Poi ha fatto una telefonata al cellulare. E dalla conversazione la donna ha capito che il tipo aveva sbagliato colore: "Blu metallizzato? Ero sicuro che mi avessi detto grigio..." Quella volta la signora ebbe fortuna. Il tipo la fece accostare al marciapiede, scese e la lasciò libera. Così la sua storia finì sullo "Star" (il quotidiano cittadino), nella pagina quotidiana dedicata a omicidi, furti e rapine.
Dicono che Johannesburg sia la città più violenta del mondo. Secondo le statistiche addirittura più di Mosca e di Bogotà. Non so se sia veramente così. So che, per chi la vede per la prima volta, Jo'burg (come la chiamano i locali) trasuda paura di violenza. E' una città che, nelle aree residenziali ancora a maggioranza bianca, vive come in stato d'assedio. La stragrande maggioranza delle case sono protette da alte mura, sovrastate da filo spinato e, spesso, da recinzioni elettrificate. E la stragrande maggioranza dei loro inquilini sono abbonati a un servizio di security privata, con guardie armate che, se allertate, ti piombano in casa ad armi spianate nel giro di pochi minuti.
Durante il nostro primo mese a Johannesburg fummo ospiti di una coppia di amici italiani trasferitisi anche loro in Sudafrica per lavoro già qualche anno prima. Ebbene, ricordo ancora l'ansia che mi prendeva ogni volta che dovevo attivare o disattivare l'allarme. Avevo il terrore di vedermi sbucare quei parà dai quattro angoli del giardino. Feci presto a scoprire che lì, invece, le armi e le persone armate sono una consuetudine e che persino eleganti signorine in abito da sera nascondono nelle loro borsette di paillette delle calibro 38. Per essere più precisi scoprii la cosa fin dal mio primo party sudafricano. Tant'è che non resistetti alla tentazione e chiesi a quell'ospite appena conosciuta, bionda e altissima e con gli occhi azzurri da perfetta afrikaner, di mostrarmi la sua arma. Lei mi condusse in bagno e me la fece vedere, avvolta in un fazzolettino, con un caricatore di riserva fra il rossetto e lo specchietto del fard.
Ci sono alcune regole di spravvivenza spicciola che tutti sembrano ansiosi di insegnarti quando arrivi fresco fresco dall'altra parte del mondo. Perché in qualche modo, vivere in una città considerata molto pericolosa, riesce a creare morbose forme di complicità, senso di appartenenza e, ancora una volta, divisioni. Bianchi assediati e neri miserabili. Ricchi e poveri. Buoni e cattivi. Con la legge o fuorilegge.
I primi tempi sono i più difficili, ti sembra tutto surreale, ti sembra quasi di vivere in un videogame ma sai che, là fuori, la violenza è più reale del re. All'inizio, soprattutto di notte, ti ritrovi spesso sveglio e irrigidito, in ascolto di un rumore anomalo, di un latrato di cane un po' troppo insistente, di un cigolio sospetto. E ti alzi, accendi tutte le luci in giardino, controlli. E ti chiedi: ma come si fa a vivere in questo modo? E per tutta la vita? Poi - come in tutte le cose - arrivi a farci l'abitudine. Dopo qualche mese sei già pronto ad andare "in automatico": la notte non ti svegli nemmeno più, sai che nel tuo cervello ormai c'è un "baco", una spia pronta a lanciare lampi rossi in caso di reale pericolo. Sai che ti sveglierai solo quando, effettivamente, un intruso sarà entrato armato di pistola o di coltello nella tua casa.
All'inizio, gli stranieri appena arrivati fanno un sacco di domande sulla security, alimentando il gioco morboso dei buoni e dei cattivi, soprattutto se sono giornalisti e possono scrivere articoli succosi, pieni di macabri aneddoti, sulla violenza della città più violenta del mondo (è successo anche a noi, naturalmente). Poi però rimangono inorriditi - e decisamente spaventati - quando vengono a sapere che tanto i locali quanto gli espatriati la notte, prima di andare a dormire, chiudono a chiave l'inferriata che divide la zona notte dalla zona giorno della loro casa. E alla fine, quando cercano casa, ne cercano una che abbia "quella" inferriata.
Io e mio marito eravamo un po' fuori della norma come giornalisti espatriati. Avevamo fatto scelte diverse. Invece di andare a vivere in una grande villa con grande giardino (dai prezzi abbordabili per un occidentale ma particolarmente appetibili per i malintenzionati perché molto isolate) avevamo preferito affittare la dependance (in sostanza un piccolo cottage) di una grande villa (abitata da una famiglia numerosa) abbarbicata sulle pendici di uno dei rari colli che costellano la sterminata pianura su cui sorge Johannesburg. Non avevamo allarme né servizio di security privata né inferriata; contavamo solo sul numero degli abitanti, sulla pendenza (per arrivare al nostro cottage c'era da farsi un bel po' di scalini: poco invitanti se si deve mettere in conto una fuga precipitosa) e… sulla nostra buona stella.
Volete un breve riepilogo sulle norme minime di sicurezza da adottare vivendo a Johannesburg? Quando state per entrare o per uscire con l'auto dal cancello o dal garage di casa assicuratevi di non avere persone sospette intorno a voi (è questo il momento in cui avvengono la maggior parte delle rapine e delle intrusioni a mano armata). Tenete sempre abbassate le sicure delle vostre portiere. Non tenete i finestrini aperti. Agli stop fermatevi sempre qualche metro prima della macchina che avete di fronte a voi, in modo che se vi state accorgendo di essere assaliti potete sempre tentare di scartare le altre macchine e fuggire. E poi sappiate che, dopo il tramonto, in certe zone di Johannesburg una regola non scritta sancisce che ai semafori rossi non ci si ferma più del tutto, si rallenta e si passa comunque, con cautela. Sembra difficile ricordarsi di tutto questo? Dopo un po' che lo fai fine diventa la cosa più "naturale" del mondo… La cosa "strana" è invece tornare in Italia e rendersi conto di quanto ci si può sentire sicuri e liberi qui. Almeno per ora...







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