Steve Mokone, stella nera del calcio quando l'Africa era un tabù
Il Foglio
Stefano
8/8/2004


Steve Mokonelaan: una strada che porta il suo nome oggi c’è soltanto ad Amsterdam. Il natio Sudafrica – per il quale Stephen Kalamazoo Mokone è un mito ed il migliore di sempre fra i propri calciatori – per ora lo ha gratificato solo con un’onorificenza pur prestigiosa come l’Ordine di Ikhamanga, il massimo onore tributato ai sudafricani distintisi nell’arte e nello sport. In effetti è soprattutto negli stadi, olandesi e non, del Vecchio Continente che Mokone, detto “Kala”, ha spopolato negli anni Cinquanta, vestendo maglie anche prestigiose come quella del Coventry, del Torino e del Valencia, squadra con cui affrontò anche il Santos di Pelè. E proprio alla “perla nera” Kala fu accostato da più di un commentatore europeo: “Se, fra i giocatori di calcio, Pelé è la Rolls Royce, Stanley Matthews la Mercedes Benz e di Stefano la Cadillac, beh, allora Kala è la Maserati” scriveva Beppe Branco dopo averlo visto all’opera in un Torino-Verona finito 5 a 2 con cinquina dell’asso sudafricano. E quando, qualche mese dopo, la squadra granata andò a giocare nell’allora Unione Sovietica contro la poderosa Dinamo Kiev – praticamente la nazionale sovietica del tempo - un commentatore locale chiuse così la sua radiocronaca: “In quarant’anni che mastico calcio di ogni parte del mondo, non ho mai visto un goal più bello di quello segnato stasera da Kala, a parte quello di Pelè contro la Svezia nella finale di Coppa del Mondo nel 1958”.

E pensare che “la meteora nera” – questo l’altro suo nomignolo e anche il titolo di un film dedicato alle sue imprese sui campi di calcio - era arrivata in Europa solo qualche anno prima, praticamente in sordina. Tanti erano stati la curiosità ma anche lo scetticismo con cui lo accolsero nel 1955 i tifosi della squadra inglese, il Coventry, che lo aveva strappato all’altro capo del mondo, da quel Sudafrica in cui Steve era nato ventidue anni prima. Certo, in patria – pur così giovane - era già diventato una superstar, capace di riempire gli stadi delle township nere dislocate strategicamente attorno alle “aree bianche”; ma che ne potevano sapere i tifosi del Coventry di ciò che accadeva in una lontana provincia dell’Impero, che peraltro stava preparando il distacco per avventurarsi indisturbata sulla strada della segregazione razziale? Cosa se ne poteva sapere in Europa dei Bush Bucks di Durban – la squadra di Kala – , degli Orlando Pirates o dei Morosa Swallows di Soweto, ovvero delle tre “grandi” squadre nere che in Sudafrica si dividevano onori e vittorie, ma soprattutto le passioni di un pubblico che aveva disperatamente bisogno di miti da idolatrare e di entusiasmi da vivere? “Le condizioni di vita dei neri erano disperate e disperanti” avrebbe osservato anni dopo Lewis Nkosi nel documentario In Darkest Hollywood: Cinema and Apartheid, “un nero non poteva aspettare che arrivasse la rivoluzione a salvarlo da quella vita miserabile. Quindi tutto quanto portasse gioia e accendesse la fantasia era più che mai benvenuto”. E Kala – assieme ai suoi compagni di attacco dei Bucks, Petrus "Halleluya" Zulu e Herbert "Shordex" Zuma – la fantasia la faceva davvero galoppare quando correva con il pallone fra i piedi. D’altronde anche lui aveva bisogno di sognare e fingere di essere libero, almeno un po’: “Le autorità avevano il totale controllo dei miei movimenti: sapevano dove vivevo, quando andavo a scuola, chi incontravo e perché” ricorda di quel periodo Kala, “ma quando correvo in campo, no. Lì ero io, e solo io, ad avere il controllo”.
Per certi aspetti, il governo segregazionista assecondava il fenomeno. Tanto che, secondo il più classico dei “panem et circenses”, il regime stesso si mise a costruire stadi – come quello di Orlando in Soweto, con capienza da 50mila posti – in cui i neri potessero riunirsi e dare sfogo alla loro fame di intrattenimento e spensieratezza. Non solo: facendo finta di non vedere, le autorità lasciavano anche che i protagonisti dello spettacolo potessero capitalizzare dalla loro bravura. Concedevano cioè una specie di “opportunità imprenditoriale”: “I più bravi ricevevano gran parte dei soldi in nero” ricorda ancora Kala, “Io prendevo dai Bucks cinque sterline alla settimana; erano un sacco di soldi a quei tempi – ben più di quanto si potesse fare lavorando in fabbrica; ben più di quanto io avessi mai avuto. Non sapevo nemmeno come spenderli tutti… mi misi a comperare vestiti, tanto che mi feci la nomea di persona di grandissima eleganza”.
Soldi, tanti, e una parvenza di libertà: questo significava per Kala – e per quei pochi come lui - il calcio nel Sudafrica degli anni Cinquanta. A onor del vero Steve non avrebbe mai dovuto prendere la strada che lo avrebbe portato al calcio professionistico. Perlomeno non secondo le intenzioni di suo padre, Paul – uno che aveva studiato da ministro metodista ma si era rifiutato di farsi ordinare e che adorava il cricket ma detestava il calcio. Nato nel 1932 in un sobborgo centrale di Johannesburg, Doornfontein - a pochi passi dal Central Business District, il cuore bianco della città e non lontano dal tempio dello sport sudafricano, Ellis Park - Steve a sei anni si trasferì con la famiglia a Sophiatown, a quei tempi uno degli ultimi quartieri “misti” di Jo’burg. Quella Sophiatown che vent’anni dopo i Nazionalisti afrikaner avrebbero raso al suolo – trasferendone la popolazione multietnica in quartieri omogenei per razze – per far posto a un sobborgo “puramente” bianco non a caso battezzato Triomf. In quella enclave multirazziale i Mokone non ci rimasero però molto: presto si spostarono a Kilnerton, a nord di Pretoria, dove il padre riuscì a mettere in piedi una piccola flotta di minibus che fungeva da trasposto pubblico per i neri, garantendo a sé e alla famiglia uno standard di vita insolitamente alto per un non bianco nel Sudafrica di allora. In tutti quegli anni Steve aveva coltivato l’amore per il calcio. Ci giocava ogni volta che poteva, nel cortile di casa o della scuola, con o senza compagni, spesso accontentandosi – in mancanza di un pallone - di usare una pallina da tennis. Era diventato tanto bravo da essere chiamato a giocare nelle rappresentative giovanili nazionali. Tutto questo non piaceva per nulla al padre. Conscio che l’unica possibilità concreta di non essere fagocitato dalla mediocrità verso cui l’apartheid spingeva i neri fosse quella di dotarsi di un titolo di studio, Paul Mokone iscrisse il figlio all’Ohlange High School di Inanda, un sobborgo a nord di Durban, a seicento chilometri da casa. Ohlange non era una qualsiasi scuola per neri: aperto all’inizio del secolo da John Dube – uno zulu missionario cristiano co-fondatore dell’African National Congress - questo convitto negli anni aveva infatti visto passare nelle sue stanze e dalle sue aule molta dell’intellighenzia nera sudafricana. Non a caso il 27 Aprile 1994, giorno delle prime votazioni libere in Sudafrica, Nelson Mandela – fra le tante opzioni significative e simboliche - avrebbe scelto proprio il seggio elettorale alla Ohlange per andare a mettere il suo voto nell’urna.
Da cotanta scuola, stando ai propositi del padre, Kala avrebbe dovuto uscire avvocato e, soprattutto, finalmente disintossicato dalla passione per il calcio. Ma l’idea si rivelò ben presto un’illusione: Steve fu adocchiato dai Bucks e nel giro di un paio di anni divenne una superstar del calcio nero sudafricano. Richiamando anche l’attenzione di alcuni club europei. Il primo a cercare di portare Steve in Europa fu il Newcastle, ma il padre si oppose. L’anno dopo però, quando furono gli scout del Coventry ad offrire l’immediato trasferimento e ingaggio in Inghilterra, Paul Mokone dovette cedere e si rassegnò ad avere un figlio calciatore.
Emigrare verso quello che comunque era il centro dell’Impero non fu così facile: l’apartheid cominciava a far sentire la sua morsa più ferrea e ci vollero mesi perché il passaporto di Steve fosse pronto. Bastò invece qualche giorno perché a Coventry si rendessero conto che era sbarcato una specie di marziano del pallone. Al primo allenamento, Steve chiese con una certa impudenza di battere un rigore. In porta c’era Stanley Matthews, nazionale inglese e – per dirla con Bracco – la “Mercedes Benz fra i calciatori”. Pallone da una parte, Matthews dall’altra. “Rifallo” gli dissero increduli i nuovissimi compagni di squadra. E Matthews andò ancora dalla parte opposta al pallone. I tifosi presero subito ad adorare questo ragazzino nero smilzo, velocissimo e funambolico con il pallone, ma il suo feeling con il Coventry viceversa non decollò. A dire il vero fu con l’intero concetto del calcio inglese – palla lunga e pedalare – che Kala, così tecnicamente dotato, non entrò mai in sintonia. La situazione precipitò quando l’allenatore, dinanzi alle reiterate perplessità di Steve, sbottò con parole che avrebbero riportato Kala indietro, in un doloroso “flashback”: “Abbiamo fatto di tutto per farti venire qui e questo è il ringraziamento. E’ sempre così con voi…” La frase finì lì ma per Kala fu sufficiente: per l’ennesima volta in vita sua gli veniva rinfacciato che “voi” - i neri - non sapete apprezzare quello che “noi” – i bianchi – facciamo per voi.
La voce che dall’Africa era arrivato un fenomeno del pallone aveva intanto preso a circolare in Europa e non fu difficile per Kala trovare una squadra che gli consentisse di allontanarsi dal modulo ripetitivo del football inglese e dalle allusioni razziste dell’allenatore del Coventry: a fornirgli l’occasione sarebbe stata una squadra tradizionalmente da “mezza classifica” del campionato olandese: gli Heracles di Almelo, un centro industriale che all’epoca contava circa 30mila abitanti. L’arrivo di Kala cambiò molte cose, sia in città che nella squadra. La prima venne sconvolta nel suo ritmo sonnacchioso – e un po’ bigotto – di cittadina della provincia olandese anni Cinquanta: il cosmopolitismo e l’estroversa “joie de vivre” della giovane star sudafricana fecero alzare più di un sopraciglio ai moralisti protestanti di Almelo. Ma anche gli Heracles vennero scossi dall’innesto di “Zwarte Meteoor”, meteora nera, come lo battezzarono i tifosi locali: Kala diventa titolare e quella stessa stagione gli Heracles – non propriamente abituati a mietere successi - vincono la coppa di Lega olandese. L’anno dopo viene inserito dai giornalisti sportivi continentali nel gruppetto dei migliori calciatori europei della stagione, in compagnia di gente del calibro di Alfredo di Stefano e Ferenk Puskas. Il che porta le squadre che vanno per la maggiore, in Olanda e fuori, a chiedere a Kala di fare la “star” ospite in occasione di partite di grande richiamo: lo chiama il PSV Eindhoven per giocare contro il Botafogo del leggendario Didì, fresco campione del mondo con il Brasile delle meraviglie – quello dei Gilmar, Garrincha e del celebre trio Didì, Vavà, Pelè. E lo chiama il Valencia per una partita contro il Santos di “O Rey” Pelè, nella quale andò anche in gol, pur senza evitare la sconfitta degli spagnoli per 5 a 2. “Nessuno avrebbe potuto batterli” ricorda ancora oggi Kala, “si passavano la palla da una parte all’altra del campo senza che noi avessimo la benché minima possibilità di toccarla. Ognuno di loro si muoveva con una grazia che avevo visto solo in Maria Callas”. La Spagna gli era piaciuta e – potendo scegliere fra le squadre che lo richiedevano – firmò per il Barcellona. La squadra catalana aveva però le quote per gli stranieri e Kala fu girato in prestito al Marsiglia. Una stagione in Francia, i tre mesi estivi a giocare nell’allora Rhodesia del sud, oggi Zimbabwe, e poi l’approdo a Torino, sul versante granata, dove si sarebbe guadagnato il soprannome di “Maserati” e uno degli ingaggi più alti fra i calciatori europei: a forza di trasferimenti Kala aveva raggiunto quota 10mila sterline l’anno di stipendio; il periodo delle 5 sterline in nero a settimana prese a Durban sembrava lontano anni luce, eppure era distante solo una decina d’anni.
La fase discendente della carriera Kala decide di passarla – come avrebbero fatto tanti suoi colleghi molti anni dopo – nel Continente americano, giocando in alcune squadre canadesi. Quando capisce che non può più chiedere altro al calcio, punta verso sud, immigra negli Stati Uniti e, iscrittosi alla Rutger University, prende il dottorato in psicologia, materia di cui diviene assistente professore alla University of Rochester. Gli episodi eclatanti della sua vita sono però tutt’altro che finiti: nel 1997 la polizia americana lo arresta con l’accusa di frode a mezzo carta di credito. Kala si dichiara totalmente estraneo, viene creduto e rimesso in libertà quasi subito. Il giorno dopo il rilascio però i federali irrompono nel suo studio universitario e se lo riportano via, stavolta incolpandolo di aver aggredito la moglie. Al processo non riesce a convincere i giudici della sua innocenza e Kala – quello che in Sudafrica correva per sentirsi in controllo di sé stesso, quello che in Europa avevano chiamato “Maserati” e “Meteora nera” - deve fermarsi, per nove lunghissimi anni, rinchiuso in un angusto carcere del New Jersey.
Oggi, pagato, come si suol dire, il suo debito – vero o presunto – con la giustizia, Kala vive in Virginia da dove dirige la Kalamazoo South African Foundation, che fornisce borse di studio a studenti sudafricani promettenti nello sport. Ogni tanto torna nel “nuovo” Sudafrica, da poco designato quale organizzatore della Coppa del Mondo di calcio nel 2010, della quale, visti i suoi trascorsi, Kala potrebbe certamente divenire una sorta di testimonial o ambasciatore. Ma non glielo chiederanno: “C’è molta politica in queste cose, e io sono fuori dal ‘giro’”. Non se ne fa però un cruccio; lui la grande soddisfazione della vita se l’è già presa ed è ben visibile su una targhetta piantata all’inizio di una tranquilla strada di Amsterdam, quella targhetta che si è meritato per aver fatto impazzire difensori e tifosi di mezza Europa: Steve Mokonelaan.
Stefano Gulmanelli





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