E il dipendente si organizzò da solo sull'Undernet
Il Sole 24 Ore
Stefano
10/11/2004


Undernet: il nome lascia presagire qualcosa di nascosto, magari persino abusivo. Ed in effetti sono reti che nascono in parallelo alle Intranet ufficiali, si ramificano seguendo percorsi diversi da quelli strutturati dell’organizzazione, diventano contenitori di competenze preziose ma poco conosciute. Un fenomeno però sempre meno “segreto”, perché interessa un crescente numero di aziende, soprattutto quelle medio-grandi e con un certo grado di “imprinting” tecnologico. Un fenomeno che abbiamo esaminato nelle sue forme ed implicazioni con Giacomo Mason, Intranet manager per Telecom Italia-Wireline ed autore del libro: “Intranet – Come si struttura una rete interna che funziona”, Tecniche Nuove.


D. Cominciamo con il definire cos’è una Undernet…

Chiamiamo "Undernet" tutti i siti web che nascono, più o meno clandestinamente, all'interno di un'organizzazione all'ombra della intranet "ufficiale". Sono di solito create e gestite da colleghi volenterosi e sono guidate da specifiche esigenze operative che trovano nella facilità di implementazione del web una loro, seppur parziale, soddisfazione. Il più delle volte sono dei semplici pc adattati a server web; altre volte, più raramente, sono oggetti maggiormente strutturati.

D. L’organizzazione – quantomeno l’IT manager (o sysadmin che dir si voglia) non si accorge della loro comparsa? O c’è una benevola disattenzione - almeno iniziale - nei confronti del fenomeno?

In genere se ne accorge, anche se, a dire il vero, dopo un certo livello di “ramificazione” della rete interna è difficile averne una mappa puntuale e aggiornata. Ma una volta che il “gioco” è partito non è che si possa semplicemente “spegnere tutto”. Anche perché – è una premessa importante – i termini con cui ragionare qui non sono “vietato/consentito” quanto “utile/inutile” o “efficace/inefficace”. Le persone non costruiscono undernet per caso, ma guidate da precisi scopi operativi, ed il web è spesso il mezzo più semplice a rapido per soddisfarli.
Una gestione sensata dell’intranet richiede che si passi da una strategia di “controllo” ad una di “governo”. Nella prima io stabilisco le norme e mi preoccupo unicamente che siano rispettate alla lettera; nella seconda invece definisco le linee guida tenendomi però aperto all’innovazione e alla divergenza. Il che significa – come nel caso delle undernet - “mettere il naso” in ciò che è prodotto dal basso in un’ottica di consulenza e integrazione per tutta l’organizzazione. Non “chi ti ha dato l’autorizzazione a fare questo?” quanto piuttosto “hai fatto un buon lavoro, posso renderlo ufficiale?”. Oppure: “La tua esigenza operativa mi è chiara. Posso darti qualche consiglio per migliorare il tuo lavoro?”
In altre parole: bisogna essere registi, non gendarmi.

D. L’undernet è, per così dire, “a invito”: bisogna quantomeno conoscerne l’indirizzo. Questo le rende strumenti di ri-stratificazione dell’organizzazione aziendale?

Di fatto lo diventano. Contribuiscono a riposizionare in rete i processi aziendali e mettere in rete un processo significa ri-stratificare l’organizzazione, perlomeno quella classica gerarchico-funzionale. Di fronte a ciò l’organizzazione ha due strade: continuare a battere sulle classiche attribuzioni di responsabilità, perdendo di fatto il polso della situazione, o riadattarsi cercando di seguire, finalmente, i concreti flussi operativi. E spesso le organizzazioni si dimostrano più sveglie di quello che ci si aspetterebbe nel recepire le indicazioni che provengono “dal basso”.
Il vero rischio è la “balcanizzazione” dei settori: tante undernet, una per dipartimento, senza collegamento tra loro. Il che accade quando le undernet vengono create (magari in perfetta buona fede) replicando pedissequamente l’organigramma aziendale. Facendone un’occasione sprecata.

D. Le undernet attingono comunque gran parte dei loro contenuti dalla Intranet. Nella pratica non diventano così una sorta di "archivio" e di luogo di riunione permanente fra interessati ad un certo progetto o appartenenti ad un certo settore? Non basterebbe una mailing list ben usata?

Domanda: in una mailing list puoi archiviare documentazione? Fare girare applicativi? Creare “query”? Se pensiamo alla tipica tripartizione della rete come spazio sociale, tubo erogatore di contenuti e nuovo media, le intranet – e, a maggior ragione, le undernet - esprimono esigenze a metà tra il “tubo” e la creazione di di servizi in rete. Sono oggetti abbastanza anomali, che non possono equipararsi ad una semplice discussione-tra-addetti-ai-lavori. Le discussioni, peraltro, sono oggetti assai “delicati” in azienda, e non nascono come funghi. C’è bisogno di molto lavoro per avviarle.

D. Fra le motivazioni della nascita delle undernet lei non cita l’insoddisfazione di fondo verso la “configurazione ufficiale” dell’organizzazione. David Weinberger – autore del celebre Cluetrain Manifesto e fra i primi ad “inquadrare” le undernet – sembra invece ritenerle una manifestazione di insofferenza nei confronti della struttura formale e dei processi ufficiali. Non c’è davvero nulla di “sovversivo” nel fenomeno?

Prendo quella di Weinberger come una sacrosanta provocazione: le aziende, per come sono oggi, spesso creano frustrazione, sono inefficienti, lente e burocratiche. E spesso, al di là dei proclami sugli “asset intangibili”, sono governate dalla paura. Ammettiamo che sia così, ma il messaggio che ci lanciano le undernet è: “vogliamo solo lavorare!”. Non c’è nulla di sovversivo in questo.
Le aziende sono fatte di persone, fortunatamente molto più ricche di quanto appaia dal loro ruolo nell’organizzazione. Se si lavora sul “governo” invece che sul “controllo” questa ricchezza può essere sfruttata. Una volta ho chiesto ad un gestore di una undernet: “Ma chi ti ha detto di farlo?” Mi ha risposto, sospettoso: “Mica ho pubblicato foto pornografiche, sto cercando di essere utile ai miei colleghi di stanza…” Come dargli torto?
Certo, se pensiamo alla intranet come un modo sofisticato di gestire il personale tramite accattivanti messaggi del CEO, le undernet appariranno come il prodotto di un gruppuscolo di anarchici, ma nella mia esperienza ho visto che questi presunti anarchici vogliono soltanto lavorare meglio, esprimere le proprie competenze, utilizzare al meglio le risorse tecnologiche aziendali. Senza guadagnarci nulla. Tutti obiettivi sacrosanti. Diventano sovversivi in quelle che chiamo le “aziende-caserma”, in cui ciascuno fa – e deve fare – solo il suo “compitino”. Ma esistono realmente, oggi, queste aziende? E soprattutto, hanno successo?
Stefano Gulmanelli

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segnalazioni e commenti
"Questo" Sudafrica...
No, questo Sudafrica non lo troverete nell’attualità delle cronache dei mondiali. Questo Sudafrica –quello che Arianna Dagnino mette a fuoco nel suo "Fossili" (lo pubblica Fazi)- è quello delle violente contraddizioni di Johannesburg ma anche del deserto del Kalahari e dei boscimani, delle esplorazioni alla ricerca delle origini della vita, in definitiva del mescolamento fra culture magiche e culture neometropolitane. Metteteci anche un delitto e una storia d’amore, e il ripensamento dell’identità bianca in un paese africano, e metteteci che tutto questo è raccontato al femminile, e abbiamo un romanzo che potremmo definire di avventura antropologica, il respiro serrato dell’azione che si mescola con quello ampio dei luoghi e della storia.

Così Franco Bolelli sulle pagine di "Tutto Milano" (la Repubblica) ha parlato del mio "Fossili".
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Mr Palomar , "Fossili" e i "nomadi culturali"
Fabrizio Pecori, deus ex machina del blog sulla geografia emotiva Mrpalomar (chiaro omaggio a Italo Calvino), parla del romanzo "Fossili" (Fazi Editore) come di una lettura adatta ai "nomadi culturali". Mi ritrovo molto in questa definizione, che si adatta anche alle mie attuali ricerche sul "romanzo transculturale".
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Italians in Fuga: un'intervista
Il sito di Italians in Fuga ha pubblicato un'intervista ad Arianna sulla scelta di trasferirsi agli antipodi, su cosa ha imparato nella sua vita australiana e su quali sorprese le ha riservato il quinto continente.
Testo integrale:
http://www.italiansinfuga.com/2010/06/03/laustralia-vista-da-una-nomade-italiana/
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