Come savana crea
L'Espresso
Stefano
19/11/2004


Las Gaviotas (Colombia) - In spagnolo vuol dire “gabbiani”. Ma qui di gabbiani non ce ne sono. E non potrebbe essere altrimenti: attorno a “Las Gaviotas” – quale che sia la direzione verso cui si rivolge lo sguardo - ci sono solo migliaia di chilometri quadrati di savana arida e desolata, uno degli ambienti più ostili alla vita umana di tutto il pianeta. Una savana creatasi decine di milioni di anni fa, in seguito ai giganteschi sommovimenti tettonici che portarono alla formazione dei tre rami di Cordigliera andina su cui oggi si concentra quasi tutta la popolazione colombiana. Uno sconvolgimento geologico che fece deviare il Rio delle Amazzoni dal suo corso naturale – non più verso l’Oceano Pacifico ma verso quello Atlantico - e cancellò milioni di ettari di foresta pluviale indigena, inghiottiti e rimpiazzati dall’immensa distesa piatta e spoglia che, non a caso, qui chiamano Llanos (piani).

I gabbiani non ci possono essere quindi ma Paolo Lugari – figlio di un marchese italiano emigrato in Colombia mezzo secolo fa – dice di averli visti quando arrivò qui per la prima volta, trent’anni fa. E anzi, fu proprio quella visione a convincerlo che proprio quello era il posto giusto per cominciare a dar vita a un’idea che aveva maturato durante il suo vagabondare all’avventura nei Llanos con il padre. Un’idea pazzesca soltanto a pensarci: creare un habitat in cui gli esseri umani potessero vivere, utilizzando in modo sostenibile e rinnovabile quel che la natura – pur in un ecosistema così ostile – metteva comunque a disposizione dell’uomo. “Ero sicuro che con un uso della tecnologia che fosse intelligente e integrato con l’ambiente ce l’avremmo fatta” dice Lugari. Ed è così che con un manipolo di umanità varia - scienziati visionari, artigiani, ex-ragazzi di strada e Indiani Guahibo della zona, un gruppo cresciuto fino alle tremila persone che oggi gravitano su Las Gaviotas – Lugari ha creato dal nulla questo straordinario insediamento umano, in cui espressioni come “sviluppo sostenibile” e “tecnologia eco-compatibile” escono dalla dimensione del cliché per entrare in quella della realtà concreta. Un villaggio in cui ci sono mulini a vento leggerissimi che sfruttano i refoli di brezza tropicale per produrre energia; collettori solari capaci di operare anche con la pioggia, peraltro copiosa da queste parti; pompe super-efficienti che tirano su l’acqua da pozzi profondi anche grazie al movimento dell’altalena dei bimbi dell’asilo (soluzione indirettamente suggerita proprio da un ragazzino della scuola locale); boiler ad energia solare per sterilizzare l’acqua potabile, la cui scarsa disponibilità rendeva inevitabili le infezioni gastro-intestinali. Soluzioni tecnologiche peraltro rigorosamente non brevettate: “Ci limitiamo alla pubblicazione, per evitare che qualcuno se ne appropri indebitamente” osserva Lugari. Ma non tutto quello che è accaduto a Las Gaviotas è stato preordinato e studiato a tavolino: “Gaviotas è la somma di un insieme di accadimenti nati dal caos, è un posto dove il caso può e deve fare il suo corso”. E’ stato infatti un po’ per caso che – provate decine di coltivazioni, nessuna delle quali sopravviveva all’acidità estrema di quel terreno – Lugari tentò, su suggerimento di un agronomo venezuelano, con il Pino tropicale, il Pinus caribaea, che in effetti attecchì e fu perciò piantato in serie (“anche se non sapevamo di preciso cosa farne, visto che non forniva nulla di commestibile” ammette oggi Lugari); ed è stato un po’ per caso che si è scoperto che - per il fenomeno di simbiosi detto micorrizia fra le radici del pino e il fungo Pisolithus Tinctorius - l’irrorazione della pianta con soluzione di Pisolithus determina un forte aumento del tasso di crescita del pino; ma soprattutto porta ad una sostanziale modifica del Ph del terreno, tale da consentire - complice l’inattesa sterilità del Pino tropicale nei Llanos - la comparsa in poco più di dieci anni di un sottobosco indigeno simile a quello della foresta pluviale spazzata via milioni di anni fa dal rivolgimento tettonico; infine c’è stata un po’ di casualità anche nell’intuire che la resina che colava copiosa dal pino poteva dare vita a una vera e propria produzione su scala industriale di colofonia, materia prima ricercata per la produzione di vernici, cosmetici, profumi e persino per la rifinitura dei violini.
A tutto ciò si è poi aggiunto un impianto di confezionamento di acqua che, attinta dalle falde profonde, è fra le più pure e cristalline mai finite in bottiglia. Le due attività produttive – che sfruttano esclusivamente energia rinnovabile, fra cui il vapore generato dalla combustione dei pini abbattuti per aiutare la crescita della piantagione – rendono Las Gaviotas economicamente indipendente e capace di pagare a chi vi lavora (per esempio i raccoglitori di resina del pino) stipendi nell’ordine dei 300 dollari al mese (al netto di vitto e alloggio): più del doppio del salario cui può aspirare un operaio di Bogotà.
Ma Las Gaviotas potrebbe avere un futuro ben più promettente del suo pur brillante passato. Questo piccolo miracolo economico ed ecologico sta infatti diventando l’apripista di un progetto che prevede l’estensione dei suoi principi e dei suoi metodi su un’area di 63mila chilometri quadrati - equivalente all’intera Italia nord-occidentale – ovvero l’intera regione denominata Alta Orinoquia, perché delimitata a est dal fiume Orinoco. Un progetto spalmato su venti anni, al termine dei quali il pianeta si ritroverebbe con una superficie riforestata dal potenziale di assorbimento di anidride carbonica pari a 150 milioni di tonnellate l’anno – per intenderci circa 15 volte le emissioni di CO2 di tutte le fabbriche Toyota nel mondo. Senza alcun dubbio il maggiore “carbon sink” mai creato dall’uomo.
Ma soprattutto la Colombia avrebbe strappato al “nulla” uno spazio abitabile per oltre 5 milioni di persone, dando vita a una cinquantina di insediamenti bio-sostenibili simili a Las Gaviotas e creando un milione e mezzo di posti di lavoro. Non stupisce allora che quest’estate Victor Uribe sia atterrato – primo presidente colombiano in 25 anni di vita di Las Gaviotas – da queste parti per capire meglio. Né sorprende che dopo aver capito sia tornato a Bogotà e – presentatosi davanti al Congresso - abbia definito il “Renacimiento dell’Orinoquia” una priorità assoluta del suo governo. Una folgorazione sulla via dell’idealismo ambientalista? No davvero, anche se a tutti fa piacere contribuire a rendere più pulito questo pianeta. Il fatto è che la possibilità di recuperare una superficie così estesa e oggi così inservibile – l’attuale densità media della popolazione è pari a un abitante ogni 4 chilometri quadrati - apre a Uribe uno scenario insperato di possibili soluzioni a problemi sotto il cui peso il Paese rischia di stramazzare. A partire dalla necessità di affrontare la questione dei profughi interni, prodotti dalla guerra – che la politica di “sicurezza democratica” di Uribe ha reso più dura che mai - contro i guerriglieri di Farc e Eln e narcotrafficanti, fra loro peraltro sempre più legati e alleati. Profughi che secondo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati sono ormai oltre due milioni, un numero che pone la Colombia subito dietro la Repubblica Democratica del Congo e il Sudan quanto a gravità della situazione umanitaria. Inoltre, come spesso si è sottolineato, la lotta alla produzione di cocaina non può comunque prescindere dalla creazione di alternative per i campesinos che oggi trovano questa coltivazione conveniente più di ogni altra: proprio lo sviluppo dell’Orinoquia secondo il modello “Gaviotas” potrebbe fornire quell’alternativa - non a caso il progetto “Renacimiento” è stato affidato dal Presidente al Ministro dell’Agricoltura Carlos Cano. Ugualmente urgente per Uribe è la creazione di opzioni credibili per il re-inserimento sociale dei membri delle milizie paramilitari con cui il governo sta negoziando una sorta di “resa condizionata”; un’esigenza che diverrà ancor più impellente se mai il pugno di ferro di Uribe dovesse convincere Farc ed Eln – o, quantomeno, tronconi di queste formazioni – a deporre le armi. Né può dimenticarsi la necessità di trovare il modo di bloccare il processo di inurbamento e allentare la pressione sulle città, in particolare Bogotà, che oggi assorbe il 20 percento del totale della popolazione colombiana e che anche per questo è una delle città più pericolose al mondo.
Per quanto nella sostanza l’iniziativa si configuri come un gigantesco sforzo di sviluppo interno, Uribe potrà quindi puntare sull’aspetto ambientale e sullo straordinario impatto in termini di “carbon sequestration”, presentando la “Rinascita” dell’Orinoquia alla comunità internazionale come un “megaprogetto per il mondo” e chiedendo appoggi concreti per la sua realizzazione. Una prima disponibilità è arrivata dal governo giapponese ma quando la settimana prossima all’Università delle Nazioni Unite di Tokyo il progetto “Orinoquia” verrà ufficialmente lanciato, le parole e le speranze del governo colombiano saranno rivolte soprattutto all’Unione Europea, sempre pronta a dichiararsi a favore delle questioni ambientali. A garanzia della percorribilità della strada tracciata sarà chiamata a testimone Las Gaviotas – “Il nostro progetto di fattibilità” lo definisce Cano - con i suoi 80 kmq già riforestati e 2 milioni e mezzo di tonnellate di CO2 già assorbiti, due fabbriche eco-sostenibili, una comunità con indici di salute da penisola scandinava e – soprattutto – una definitiva sconfitta della povertà e della miseria.
E così, trent’anni dopo la visione dei gabbiani che non potevano esserci, dopo la vittoria di una scommessa impossibile – vivere nei Llanos - e dopo aver fatto tornare un pezzo di Terra com’era decine di milioni di anni fa, Las Gaviotas dovrà fare un altro miracolo: convincere il mondo ad aiutare la Colombia a salvarsi.

Il “Renacimiento de la Orinoquia” verrà presentato ufficialmente il 16 settembre a Tokyo, durante il Congresso per il decennale della nascita dello Zero Emission Research Institute. Lo ZERI é un organismo creato da Gunter Pauli – economista a suo tempo allievo di Aurelio Peccei, il fondatore del Club di Roma – per stimolare e proporre progetti di sviluppo sostenibile nel mondo. ZERI e Pauli hanno avuto fin dall’inizio parte attiva nel concepire il metodo “Las Gaviotas”. Ora, anche sulla spinta dell’interesse suscitato dal progetto dell’Orinoquia alle Nazioni Unite - che lo considerano una possibile via allo sviluppo sostenibile esportabile in altri Paesi del Terzo Mondo – ZERI sta aprendo contatti con altre nazioni interessate ad un approccio simile a quello realizzato a Las Gaviotas. Il prossimo 5 dicembre Pauli incontrerà il presidente etiopico Meles Zenawi per una valutazione preliminare di un progetto di riforestazione che sfrutti le similarità del terreno del paese africano con le Llanos colombiane. Un altro paese che ha manifestato disponibilità a prendere in considerazione l’esperienza colombiana è l’India.
Stefano Gulmanelli





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