Soldati OGM
Specchio
Stefano
9/7/2005


C’è chi parla senza mezzi termini di “Frankenstein in costruzione al Pentagono”. E chi, altrettanto critico, preferisce usare l’espressione - più sbrigativa ma, a onor del vero, meno precisa – di “OGM soldiers”. Altri (la maggioranza di quei peraltro pochi che se ne occupano) si limitano più pudicamente a parlare di “ricerche per il miglioramento psico-fisico del personale da combattimento”.

L’oggetto è comunque sempre quello: il potente fiume carsico di finanziamenti e fondi che l’esercito americano - tramite quello che non a caso è chiamato ‘il braccio della ricerca del Pentagono’, la Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA) – sta convogliando verso istituti accademici e società private per sostenere studi finalizzati a creare uomini in qualche modo biologicamente avanzati per fini bellici.
L’idea di avere soldati capaci di prestazioni complessivamente superiori rispetto ai potenziali nemici è da sempre il sogno di ogni capo militare. Ma la serie di programmi – con obiettivi concreti e per quanto possibile tempificati – lanciati dalla DARPA per l’acquisizione di caratteri superumani da parte dei combattenti Usa è decisamente un salto di livello, anzi di paradigma, rispetto al tradizionale perseguimento di una preparazione ottimale del soldato da inviare sul campo di battaglia.
Il tutto nasce da una valutazione dell’Agenzia secondo cui, come efficacemente riportato in un rapporto reso pubblico da poco, “Ormai il punto debole dei sistemi di difesa è l’essere umano”. Sulla base di questo assunto sono stati lanciati programmi per lo “human enhancement”, tutti sotto il cappello 'Harvesting Biology for Defense Technology’ (la biologia al servizio della tecnologia di difesa), alcuni dei quali cominciano a dare qualche primo timido risultato.

- Brain Interface Program

Il programma “Interfaccia con il Cervello” è forse il più sconcertante ma anche quello per il quale ci sono le prime chiare evidenze di fattibilità. Scopo della ricerca è aprire un canale di comunicazione fra cervello e computer così che il secondo possa essere comandato mediante impulsi neuronali - in pratica con la forza del pensiero.
Va premesso che la spinta e la motivazione scientifica per questo tipo di studi (ma il ragionamento vale anche per quelli che vedremo più avanti) sono forti anche a prescindere dalle applicazioni in campo militare - nella fattispecie, la possibilità di dare comandi in remoto ad aerei, sistemi di puntamento e quant’altro sia gestito da computer. La traduzione degli impulsi cerebrali in segnali elettrici che siano compresi da sistemi di protesi elettroniche è infatti una delle poche speranze che paraplegici e paralizzati hanno in un futuro non remoto di riacquisire una pur limitata capacità di interazione con il mondo.
Non a caso, proprio ora è all’esame della Food and Drug Administration (FDA) uno degli sviluppi più interessanti nell’area delle interfacce neurali: Braingate. Sviluppato dalla CyberKinetics, si tratta di un apparecchio in cui un microchip impiantato con elettrodi sottilissimi sulla superficie del cervello intercetta l’attività elettrica che poi processori esterni traducono in comandi per computer. In fase di test questo ha permesso ad un venticinquenne con danni permanenti al midollo spinale di accendere le luci della sua stanza, cambiare canali e volume della televisione e leggere le e-mail con la sola forza del pensiero. Il tutto tenendo una normale conversazione e muovendo la testa. Progressi straordinari, che ovviamente non possono non suscitare l’interesse dei militari. E infatti la ricerca in questione è stata condotta con la regia di John Donoghue, co-fondatore di CyberKinetics ma anche Capo del Dipartimento di Neuroscienze della Brown University, una delle istituzioni accademiche che hanno ricevuto parte dei 24 milioni di dollari destinati dalla DARPA al suo Brain Interface Program (BIP). Un programma la cui priorità viene ribadita nel documento strategico “Bridging the Gap” (annullare il distacco), reso pubblico nelle parti non classified lo scorso marzo. Il BIP – ribattezzato Human Assisted Neural Devices (HAND) – viene infatti inserito fra le otto direttrici di sviluppo ritenute critiche per “chiudere il divario” che l’Esercito Usa ritiene di aver accumulato rispetto alle esigenze dettate dalle situazioni operative. In una sorta di excusatio non petita, la DARPA definisce HAND come la via per “dare ai veterani con amputazioni e disabilità la possibilità di usare il proprio cervello per governare protesi di vario genere e condurre una vita normale, senza alcun limite di sorta”. Ovviamente in nessun punto del documento si esclude che il filone di ricerca in questione possa poi applicarsi alle unità combattenti.

- Persistence in Combat

Il principio ispiratore del programma “Resistenza in battaglia” può, nel concreto, tradursi in “In guerra sii medico di te stesso”. Preso atto che in futuro le unità combattenti saranno sempre più impegnate in contesti urbani, in cui la linea del fuoco è invisibile e la possibilità di dare tempestivo soccorso ai feriti è inferiore che in un campo di battaglia, la DARPA ritiene che il soldato del XXI secolo dovrà potersi prestare le prime cure da solo. Anzi, meglio ancora se – pur ferito – riuscirà a non sentire la necessità di ricevere cure! E quale modo migliore dell’inibire quel meccanismo di naturale allerta che è il dolore? Ecco allora lo studio, giunto alla fase di test clinici su esseri umani, di un vaccino che blocchi la trasmissione della sensazione dolorifica fra il tessuto colpito e i nervi. Ma non fra questi e il cervello, il che permette – particolare non da poco – di evitare tutta quella serie di effetti collaterali tipici delle sostanze fortemente analgesiche, morfina in primis, usate al giorno d’oggi: sedazione e perdita di coordinamento motorio quando non anche assuefazione. Ovviamente l’RN264, questo il progetto della Rinat Neuroscience, anch’essa beneficiaria di finanziamenti DARPA, ha un’utilità potenzialmente enorme anche in campi non strettamente militari: si pensi all’esigenza di controllo del dolore postoperatorio. Una sovrapposizione d’usi che ancora una volta non permette di definire il progetto di natura militare, nonostante il supporto ricevuto da strutture come la DARPA.
Insieme al vaccino anti-dolore il pacchetto Persistence in Combat prevede anche:
- Un apparecchio (definito “fotobiomodulatore”) capace di riparare i tessuti retinici danneggiati da fasci laser, come può accadere a piloti accecati dal nemico da terra - ma di grande utilità anche nella cura degli effetti collaterali della terapia chemioterapica. Una tecnologia sviluppata al Medical College del Wisconsin – che riceve fondi DARPA – sotto la supervisione del prof. Harry Whelan, neurologo da poco reclutato dalla National Defense University.
- Un sistema di ventilazione d’emergenza che si attiva automaticamente se accerta una carenza respiratoria del soldato in seguito a stress o ferite. In questo caso il progetto vede impegnata la Impact Instrumentation Inc.
- Un bendaggio che accelera il rimarginarsi delle ferite stimolando, mediante campo magnetico, la migrazione cellulare verso la zona traumatizzata. Il trattamento è nato dai laboratori dell’Università della California a Davis.


- Continuous Assisted Perfomance

Obiettivo del programma è la “performance continua”, cioè mettere i soldati nelle condizioni di fornire prestazioni impeccabili anche in assenza di riposo grazie all’uso di impianti biotech o mediante manipolazione metabolica. Perno dell’approccio è, ovviamente, la lotta agli effetti della privazione di sonno, definita dalla DARPA “una vera e propria modalità di combattimento moderno”. Contro la quale una delle “armi” a futura disposizione dei combattenti si chiamerà Ampachine, una classe di sostanze che si sta dimostrando capace di annullare i deficit cognitivi conseguenti alla mancanza di sonno – ma, in ossequio alla costante duplice valenza, anche quelli dovuti a demenza senile, narcolessia e disturbi del comportamento. Alla Wake Forest University nel North Carolina le stanno sperimentando sui piloti dell’aviazione Usa, cui potrebbe a volte capitare di dover volare per un giorno intero al rientro da una missione. Sull’altra costa, alla University of California di Los Angeles (UCLA), i ricercatori preferiscono concentrarsi sullo studio di quegli animali che nel corso dell’evoluzione hanno sviluppato la capacità di ridurre al minimo la necessità di dormire. In primis ovviamente gli uccelli migratori, che hanno un ritmo sonno-veglia normale finché non sono in procinto di partire. A quel punto, a dispetto di uno sforzo fisico immane e prolungatissimo, qualche switch bio-chimico fa sì che l’animale riesca a compiere tutto questo senza cedere al sonno. Un meccanismo che alla DARPA prima o poi sperano di vedere all’opera nei soldati Usa in partenza per missioni speciali.

Stefano Gulmanelli

Documento: Soldati OGM





segnalazioni e commenti
The Afrikaner. A Novel
The Afrikaner (Guernica Editions) is a transcultural novel by Arianna Dagnino set in Southern Africa between Johannesburg, Cape Town, the Kalahari Desert and Zanzibar. It starts as an urban thriller, it develops into a road adventure, it acquires the tones of a scientific novel and it ends on a metafictional note.

More succinctly, The Afrikaner is a fiction on South Africa and the destiny its Black, Coloured and White tribes have historically shared and will continue to share under the African sky.

Read the synopsis of the book here: [link]/
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Transcultural Writers and Novels in the Age of Global Mobility
In Transcultural Writers and Novels in the Age of Global Mobility, Arianna Dagnino analyzes a new type of literature emerging from artists’ increased movement and cultural flows spawned by globalization. This “transcultural” literature is produced by authors who write across cultural and national boundaries and who transcend in their lives and creative production the borders of a single culture. Dagnino’s book contains a creative rendition of interviews conducted with five internationally renowned writers—Inez Baranay, Brian Castro, Alberto Manguel, Tim Parks, and Ilija Trojanow—and a critical exegesis reflecting on thematical, critical, and stylistical aspects.

"In this thought-provoking study, Arianna Dagnino is concerned to identify a cohort of writers who, in the ease with which they move between domiciles, languages and cultures, find themselves ahead of the pack in expressing a newly emergent transcultural sensibility. In a series of interviews, intercut with her own diary entries and treated to a light process of fictionalization – which is brought off with a novelist’s skilled hand – five writers present their reflections on their genesis, their present situation, and their future aims in a more and more globalized world, reflections which are never less than interesting and are often far-sighted. Their comments are in turn interrogated by Dagnino and set in a wider framework of transcultural theory. Transcultural Writers and Novels in the Age of Global Mobility is a significant contribution to a growing body of work on the metamorphosis of literary culture in times of dissolving cultural boundaries." – Nobel Laureate J M Coetzee, The University of Adelaide
http://blogs.ubc.ca/transculturalwriters/
http://www.thepress.purdue.edu/titles/format/9781557537065
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