Edoardo Tusacciu, ha buttato il sughero e si è tenuto un bel gioco
Il Foglio
Stefano
2/5/2003


“La prima volta che mi fecero vedere quella barretta di metallo che si attaccava magneticamente ad un cuscinetto a sfera pensai: ‘è una stronzata’”. Trenta pezzi dopo – prodotti artigianalmente per vedere cosa effettivamente ci si poteva fare con quella roba – Edoardo Tusacciu decise che quella ‘stronzata’ valeva tutto il suo sugherificio e i relativi 14 miliardi di fatturato. Un sugherificio che era il terzo di tutta la Sardegna, grazie a oltre vent’anni di lavoro duro e appassionato e con clienti quali le cantine Antinori, cui forniva i tappi per le bottiglie del loro rinomato vino. Iniziò allora – era il 1998 – la ‘pazzia’ di Edoardo.
Quella per cui tutti in paese – Calangianus, nell’Alta Gallura, capitale del sughero per l’altissima concentrazione di querce da sughero che ne caratterizzano il paesaggio – cominciarono a prenderlo per matto. Quella per cui i dipendenti – una cinquantina, che su quel posto di lavoro riponevano tutte le speranze di una vita tranquilla – lo convocarono nel capannone per chiedergli ‘cosa stesse combinando’. Quella per cui tutti gli istituti bancari con cui la ‘Sugherificio Tusacciu’ aveva rapporti e aperture di credito decisero di chiudergli senza preavviso finanziamenti e ‘castelletti’.
La ‘pazzia’ in questione era quella di lasciar perdere il sughero e mettersi a produrre barrette e sferette che, attraendosi magneticamente, consentono – a tutti coloro dotati di un po’ di creatività e una certa pazienza - di realizzare costruzioni di ogni tipo, financo una riproduzione alta circa un metro e mezzo dell’Empire State Building. Come quella che Tusacciu in persona si sarebbe trovato a costruire per la vetrina di un grande magazzino newyorkese di giocattoli quando venne il momento del lancio del prodotto negli USA. Già, perché GeoMag – questo il nome della ‘pazzia’ nata nella ‘zona industriale’ di Calangianus – è ormai approdato oltre Atlantico, così come in altri quaranta Paesi del mondo; di quello che è stato definito il ‘Lego del III Millennio’ sono state vendute l’anno scorso tre milioni di confezioni, per un fatturato di 30 milioni di euro: cinque volte quello del migliore dei fatturati mai realizzati del sugherificio; cosa che fra l’altro ha permesso a Calangianus di scalare la classifica dei comuni italiani a più alto reddito, entrando nei primi cento a livello nazionale. E le prospettive sono più che mai rosee: ricavi più che triplicati quest’anno, sempre che ‘si riesca a produrre tutto ciò che potremmo vendere’. Il che non è così scontato: ‘lavoriamo su tre turni continuativi, sette giorni su sette, eppure siamo costantemente senza magazzino’ dice fintamente dispiaciuto Tusacciu.
E pensare che soltanto un anno e mezzo fa la scommessa sembrava irrimediabilmente perduta: “Quando le banche mi chiusero i rubinetti, mi trovai a dover far fronte a pagamenti dell’ordine di 700, 800 milioni al mese” ricorda Tusacciu, la maggior parte dei quali in effetti cambiari poiché “sa, è così che gira nel sughero”. L’unico modo per farvi fronte era ‘spremere’ come un limone il sugherificio e, quando questo non fu più sufficiente, “ipotecare le case, la mia e quelle dei miei fratelli”. Ma arrivò un momento in cui nemmeno questo sembrò bastare: “Era l’ottobre del 2001 quando il commercialista mi si presentò in ufficio e mi disse: ‘ho valutato tutte le ipotesi: se facciamo un concordato al 30% forse ne usciamo’”. Una proposta che Tusacciu avrebbe respinto con sdegno: “No. Per due motivi: perché i debiti vanno sempre pagati tutti. E perché io i soldi li farò e potrò pagare tutto a tutti”. Una sicurezza che Edoardo ostentava all’esterno ma che internamente non aveva: “non dormivo più, sentivo il fiato sul collo e mi opprimeva la responsabilità che avevo sulla vita di tante persone: i dipendenti, gli artigiani miei fornitori e tutto l’indotto che avevo contribuito a creare”. Oltre ovviamente alla famiglia: “I miei fratelli erano annichiliti dalle mie decisioni, praticamente non ebbi alcuna reazione da loro. Mia moglie fece finta di non aver paura, anche se ne aveva, eccome”. Solo la figlia manifestò apertamente le sue perplessità “In quel periodo andò a Cagliari a fare un colloquio e, fra le varie domande che le fecero, le chiesero: cosa fa suo padre?”. “Il sognatore” fu, significativa, la risposta della ragazza. Ma lo scetticismo che Edoardo percepiva attorno sé non fece altro che agire da moltiplicatore della sua caparbietà e determinazione nell’andare avanti.
Una determinazione che veniva da lontano, sin da quando, a 18 anni, si trovava a lavorare di notte per conto proprio sulle macchine del sugherificio dello zio - dopo averci lavorato da dipendente durante il giorno – per poter ‘mettere da parte’ i soldi che lo zio non gli dava: “Già, in pratica mia madre mi vendette a suo fratello” ride Tusacciu e spiega “Un giorno mio zio decise che era ora di uscire dalla fase artigianale e entrare in una dimensione industriale per la produzione del sughero”. Cominciò costruendo un capannone da 500 mq, “una cosa allora inaudita da noi: a quel tempo i sugherifici erano perlopiù nel cortile di casa. Quando il capannone fu terminato vennero da tutto il paese a vederlo. In questa iniziativa lo zio volle mia madre come socia”. Ma la famiglia di Edoardo non aveva tutti i soldi per la quota di capitale pari al 50% della società. “La soluzione fu presto trovata: dieci milioni subito e io a lavorare lì per quattro anni senza stipendio”. Con mansioni di ‘tecnico’ della catena produttiva: “Grazie all’esperienza che mi ero fatto prima di entrare in fabbrica aggiustando biciclette, cercavo di migliorare le macchine per la lavorazione del sughero, la cui tecnologia era veramente poverissima”. E così Edoardo riuscì a rendere quegli impianti un po’ più efficienti e meno soggetti ai continui fermi, la loro caratteristica principale. Un po’ per le utili ‘innovazioni’ apportate alla linea di produzione, un po’ per umana pietà, dopo qualche tempo che lavorava gratis lo zio gli concesse “di usare le macchine di notte per lavorare in conto terzi”. Così Edoardo si mise a tornire i quadretti di sughero che gli artigiani – privi del macchinario adatto - gli portavano per farne dei turaccioli: “mi facevo pagare una media di una lira e mezzo a tappo. Pur con quelle macchine rudimentali riuscivo a farne 3000 l’ora”. Con una notte di lavoro intascavo 50mila lire: “Erano soldi allora, erano gli anni Settanta”. Dopo una decina d’anni di vita relativamente tranquilla, nel 1985 – ‘anche un po’ forzato da me, che volevo dare una svolta all’azienda’ - lo zio lascia e va in pensione. E la svolta arriva davvero: “Mi lasciò il sugherificio con 200 milioni di fatturato; cinque anni dopo eravamo passati a 5 miliardi, di cui il 50% fatto all’estero”.
Un vero e proprio boom, frutto dell’intraprendenza di Edoardo e della sua intuizione di andare a proporre i suoi turaccioli direttamente alle cantine anziché ai grandi produttori che facevano da intermediari. Certo, all’inizio non fu facile: “Quando mi presentavo, la domanda che mi rivolgevano era immancabilmente la solita, peraltro anche abbastanza scontata: ‘perché dovrei comprare il tappo per il nostro vino da lei?’. Essere competitivo sul prezzo infatti poteva non bastare: “stiamo parlando di un prodotto del valore di qualche centinaio di lire che magari va su bottiglie da qualche decina di migliaia di lire. Vale la pena di rischiare l’intera bottiglia per ‘limare’ qualche decina di lire di costo?”. Dopo essersela sentita fare un paio di volte questa domanda Tusacciu decise di trovare una risposta convincente. E lo fece mettendo a punto – insieme ad un enologo che aveva perso il posto in una cantina del Veneto e che per mancanza di alternative aveva accettato la proposta di lavoro di Tusacciu emigrando in Sardegna – una macchina di cui non si era mai sentito parlare: la ‘sanificatrice’ di tappi di sughero. “Nella sostanza era un autoclave che dava una ‘botta’ di vapore a 120° ai turaccioli: questo processo avrebbe dovuto prevenire l’insorgenza di quelle muffe del sughero da cui deriva poi il famoso ‘sapore di tappo’”. Era qualcosa che nessun altro produttore faceva e quindi a quel punto alla fatidica domanda la risposta era ovvia: “Chi le offre dei tappi sanificati?”. “Onestamente”, ammette Tusacciu, “non so se la sanificatrice funzionasse davvero”, ma la storia piacque alle cantine e il fatturato cominciò a decollare, tanto che nel 1990 Tusacciu aveva già oltre trecento clienti fra i produttori di vino. Iniziò quindi la cavalcata verso quei 14 miliardi che avrebbero rappresentato la vetta, raggiunta nel 2001 – proprio l’anno della chiusura – nella storia del sugherificio Tusacciu. “E tutto ciò nonostante a occuparsi dell’azienda fossero rimaste solo due segretarie”. Perché ormai la mente e gli sforzi di Edoardo erano tutti concentrati nella nuova avventura: “Mi stizzivo persino quando mi si parlava di sughero.”
Eppure era stato proprio il sughero a portarlo dov’era. E a fornirgli gran parte dei mezzi che gli avrebbero consentito di lanciarsi – solo contro tutti – nell’avventura di Geomag. Un’avventura che Edoardo cominciò da perfetto neofita. Dopo aver trovato in quel di Milano una macchina per la produzione delle barrette calamitate – “in manuale, 12mila pezzi al giorno, costo 25 milioni” - uno dei primi problemi da risolvere fu la scelta del packaging: “Ora lo chiamo così, ma per me prima era solo… la scatola”. La prima persona che Edoardo contattò – forse sperando di trovare una qualche comprensione da un conterraneo – fu Gavino Sanna. “Ci incontrammo ad Alghero ma ebbi subito la sensazione di essere snobbato. Comunque ci lasciammo con l’intesa che mi avrebbe fatto pervenire un preventivo”. Che in effetti qualche tempo dopo arrivò: “Era un foglio riquadrato di nero – mi sembrò un necrologio – in cui c’era una breve descrizione del progetto e, in fondo, la cifra: 80 milioni”. Tosacciu decise che non se ne sarebbe fatto niente, non tanto per il costo (‘ero digiuno di queste cose, per me poteva chiedermi anche il doppio, tanto non mi rendevo conto se era poco o tanto’) quanto per il fatto che il ‘necrologio’ non era firmato da Sanna, bensì da sua moglie: “Capii che non voleva esporsi in prima persona”. E questo Tosacciu non fu davvero disposto a mandarla giù.
Nel frattempo cominciò a seminare il terreno per trovare se non alleati almeno qualcuno che gli desse un minimo di supporto: “Organizzai una cena invitando i vertici delle banche più importanti. Volevo coinvolgerli con il mio entusiasmo: feci vedere loro il prodotto – con cui avevo fatto una Torre Eiffel alta un metro che avevo messo all’entrata di casa per ‘colpirli’ ed emozionarli”. Ma il colpo andò a vuoto: “Apprezzarono molto la cena – mangiarono tutto – ma sul prodotto non fecero una piega”. Le porte del credito rimasero così più che mai chiuse; un rifiuto netto che anche un altro conterraneo di Tusacciu, divenuto poi comunque famoso - Renato Soru il fondatore di Tiscali – ebbe a sperimentare quando anch’egli cercò aiuto per quella che sarebbe poi divenuta una delle più brillanti e durature iniziative della new economy. “Qualche tempo fa ho incontrato Soru ad un convegno” racconta Tusacciu, “parlando, abbiamo scoperto che lo stesso personaggio di una certa banca prima rise in faccia a lui e poi, qualche tempo dopo, prese in giro me”.
Contro tutto e tutti, Tusacciu si convinse che “Geomag dovevo farlo io” e andò avanti, più convinto che mai, cercando di sfruttare ogni occasione: “usai una certa agenzia di marketing perché era di proprietà di una famiglia sarda politicamente molto influente, tant’è che riuscirono a farmi fare la conferenza stampa di lancio all’Hotel Nazionale di Piazza Montecitorio alla presenza, nonostante fossi un “signor Nessuno”, di tutta, dico tutta, la stampa e televisione nazionale”. Dopo qualche mese di ‘apnea’, la macchina cominciò a girare e Tusacciu riuscì a far decollare il suo sogno verso altitudini che, solo pochi mesi prima, parevano irraggiungibili: “Ora il nostro punto di riferimento è Lego e il suo miliardo di euro di fatturato. Non so quando ma so che ci arriveremo”.
Le soddisfazioni che Edoardo si sta togliendo non sono comunque solo quelle puramente economiche. C’è il sapore della rivincita sulle banche che lo hanno snobbato: “Ora fanno la fila davanti al mio ufficio per cercare di prestarmi dei soldi, ma adesso francamente non ci servono”. C’è il compiacimento di vedere la sua creatura finire sugli schermi di Hollywood: “Le riproduzioni del DNA che fanno da scenografia in alcune scene del film ‘Solaris’ con George Clooney sono state fatte con il nostro SuperMag (evoluzione del Geomag, appena lanciata sul mercato)” gongola Edoardo. C’è il ‘tifo’ caloroso della gente di Calangianus: “Su un aereo che ci stava portando a Roma per poi decollare verso Mosca per la nostra prima visita d’affari in Russia abbiamo incontrato un gruppo di compaesani: ci hanno incoraggiato come fossimo la squadra di calcio di casa che va a giocare una partita in una trasferta difficile”. C’è poi il senso di appartenenza all’impresa sviluppato dai suoi dipendenti, quegli stessi che non più di due anni fa gli chiesero conto delle sue intenzioni e di quella balzana idea di abbandonare il sughero per mettersi a fare delle barrette di metallo magnetizzato. “L’anno scorso dovevamo chiudere l’azienda per le ferie” ricorda Edoardo, “quando l’ho comunicato al personale mi sono sentito replicare: ‘Edoardo, non abbiamo magazzino, come facciamo a chiudere?’”. Ma c’è soprattutto l’orgoglio di poter tener testa a una delle più grandi e prestigiose catene di negozi di giochi del mondo: “Il direttore di Discovery Channel mi disse: ‘Sì, sicuramente ci interessa inserire SuperMag nei nostri 160 negozi. Però a noi servono le scatole in colore bianco – com’è il resto della nostra scaffalatura – e non nere come sono le vostre attuali confezioni’. Al che risposi che le confezioni non si cambiano, sono uguali per tutti”. Una risposta che l’interlocutore non gradì e lo fece capire a Tusacciu nel modo più diretto possibile: “Lei sa che se la nostra catena accettasse SuperMag potrebbe assicurarle tre milioni di dollari di fatturato. In questo modo lei sta rinunciando a tre milioni di dollari”. “No”, rispose Tusacciu, “è lei che sta rinunciando al gioco più bello del mondo”. Dalla prossima estate Discovery Channel venderà SuperMag in scatole nere.

Edoardo Tusacciu nasce a Calangianus nel 1958 in una famiglia di nove fra fratelli e sorelle. Dopo la terza media lascia gli studi per fare l’operaio. A diciotto anni entra nel sugherificio di famiglia di cui prende le redini nel 1985 facendolo diventare in cinque anni uno dei primi della Sardegna. Nel 1998 si ‘invaghisce’ dell’idea per un gioco fatto di barrette e sfere magnetizzate, per produrre il quale chiude il sugherificio, rischia ripetutamente il fallimento e l’ostracismo di familiari, amici e compaesani. Nel 2003 la sua nuova azienda, la Plastwood, messa in piedi per realizzare quell’intuizione fatturerà 100 milioni di euro.





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This piece of news has been posted by Virginia Fiume, a new Italian voice a Vancouver.
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Can you see the ocean?/Riuscite a vedere l’oceano?
This is how they ski here in Vancouver, with a sea view! They call it “sea to sky”
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