Nuove professioni/Disegnare prodotti ad alto tasso digitale...
Il Sole 24 Ore
Arianna
22/6/2006


Dal rock anni '70 alla Silicon Valley per poi diventare una user experience designer Pabini Gabriel-Petit è stata una pioniera in fatto di UX (User Experience) Design.

Mero scioglilingua anglofilo se non addirittura grattacapo da schivare: ecco come in molte aziende viene ancora considerata la nuova figura professionale dello “user experience designer”. “E’ un grosso sbaglio”, dice Pabini Gabriele-Petit, pioniera in Silicon Valley dell’interaction design già 20 anni fa (quando Donald Norman nemmeno aveva coniato il termine per questa disciplina) nonché CEO e “Principal User Experience Architect” di Spirit Softworks, agenzia di consulenza applicata al design UX (l’acronimo per user experience).

“In un mondo sempre più competitivo” sostiene Pabini, a Milano per il convegno "Le frontiere dell'interazione 2006" (http://frontiers.idearium.org), “è decisivo differenziarsi. E, oggi come oggi, l’unico modo per farlo è aumentare la qualità esperienziale dei prodotti digitali (ormai quasi tutti gli oggetti d’uso quotidiano – dalle auto ai frigoriferi, dagli apparecchi Tv ai cellulari – hanno una componente digitale), rendendoli piacevoli e intuitivi da usare”. Per far ciò il designer UX studia tutti gli aspetti (desiderabilità, usabilità, utilità, estetica) del prodotto digitale con cui ci si deve relazionare. “Se poi si tratta di prodotti disegnati per il Web, allora divengono importanti anche aspetti come la rintracciabilità, la credibilità, l’accessibilità”, spiega Pabini, “L’interaction design, l’architettura dell’informazione e il design delle interfacce visive sono tutti fattori di user experience. Ed io – che mi ritengo un architetto UX – nel progettarli li utilizzo tutti”.
Californiana per nascita e vocazione, dopo aver seguito la scena rock degli anni ’70 come ingegnere di registrazione e critico musicale Pabini si è ritrovata nella Silicon Valley a inventare dal nulla (prima nei laboratori di Apple poi in quelli di Cisco, Chemdex, WebEx) una professione oggi fra le più ricercate dalle aziende Usa. Mentre qui da noi le cose stanno un po’ diversamente: “E’ vero, per tradizione Milano è il centro del design e l’intera cultura italiana è permeata dall’amore per il design - pensiamo alla moda, ai complementi d’arredo, alle auto”, dice Pabini, “Ma non essendo Milano (come peraltro nessun’altra città italiana) un centro di sviluppo del software, non c’è la consapevolezza che si potrebbe fare il salto per portare l’Italia a divenire luogo d’eccellenza anche per lo sviluppo di prodotti digitali basati sulla UX. Eppure le opportunità da cogliere in questo settore non mancano, visto che ormai quasi tutti i prodotti e i servizi hanno o stanno per integrare una componente digitale: dai forni a microonde agli impianti di riscaldamento, per non parlare di tutte le applicazioni da sviluppare per il Web”. In quest’ottica, continua Pabini, “l’India sta marciando a tappe forzate per colmare il gap con gli Usa (peraltro alcune delle maggiori agenzie americane di consulenza sull’UX design hanno succursali laggiù, con 70-80 designer alla volta che lavorano per loro). E anche la Cina sta facendo sforzi enormi per disegnare prodotti ad alto tasso digitale che siano innovativi, invece di limitarsi a copiare come ha fatto finora.” Stando agli esperti il vero campo di prova sarà Internet 2.0, che ospiterà un numero crescente di applicazioni (dagli “avatar” per farsi il proprio doppio digitale alle forme evolute di formazione a distanza, ndr) dotate di un alto tasso di UX. “Anche se io preferirei l’approccio inverso, vale a dire che ogni applicazione, ogni prodotto digitale avesse un web browser, senza perdere in funzionalità o velocità. Vorrei cioè “ultimate connectivity”, la massima connettività, in qualsiasi cosa faccia. Non voglio avere una cesura – anche solo percepita - tra i dati in mio possesso e quelli che ho archiviato sul web. E poi debbo poter operare in maniera ininterrotta e continua, attraverso apparecchi che siano davvero ‘amichevoli’ e non invadenti. Niente deve distoglierci dal ‘flusso’ creativo o lavorativo in cui stiamo operando: la nostra attenzione deve essere rivolta sull’azione da compiere non sullo strumento. Questa è l’etica insita nella UX experience ed io l’ho imparata quando entravo ed uscivo – a mio piacere – dal flusso della musica rock”.
Arianna Dagnino


La bio di Pabini Gabriel-Petit
Approdata sulla scena rock californiana degli anni ‘70 come ingegnere di registrazione e critico musicale, Pabini Gabriel-Petit inizia a interessarsi di computer (prima per lo sviluppo di interfacce di registrazione musicale poi in ambiti sempre più diversi) finché non entra nei laboratori di Apple. Negli ultimi 15 anni ha sviluppato le competenze di UX designer mettendo a punto applicazioni e interfacce per alcune delle più importanti aziende della Silicon Valley, tra cui Cisco, Kaleida Labs, WebEx. Ha fondato Spirit Softworks, agenzia di consulenza sull’UX Design, www.spiritsoftworks.com

Tabella: gli acronimi da sapere per non perdersi

UXD (User Experience Design): Il design di prodotti digitali in base al modo in cui l’utente si relaziona con loro, tenendo conto di parametri quali l’usabilità, l’utilità, la desiderabilità, la piacevolezza dell’interazione.
IA (Information Architecture): L’Architettura dell’Informazione, ovvero lo studio dell’organizzazione e gestione dell’informazione in modo che possa essere trovata, usata e compresa facilmente.
IxD (Interaction Design): Lo studio del comportamento dei prodotti in base a come la gente li usa
GUI (Graphical User Interface): Interfaccia basata su simboli grafici (icone) e non su testo.





segnalazioni e commenti
The Afrikaner. A Novel
The Afrikaner (Guernica Editions) is a transcultural novel by Arianna Dagnino set in Southern Africa between Johannesburg, Cape Town, the Kalahari Desert and Zanzibar. It starts as an urban thriller, it develops into a road adventure, it acquires the tones of a scientific novel and it ends on a metafictional note.

More succinctly, The Afrikaner is a fiction on South Africa and the destiny its Black, Coloured and White tribes have historically shared and will continue to share under the African sky.

Read the synopsis of the book here: [link]/
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Transcultural Writers and Novels in the Age of Global Mobility
In Transcultural Writers and Novels in the Age of Global Mobility, Arianna Dagnino analyzes a new type of literature emerging from artists’ increased movement and cultural flows spawned by globalization. This “transcultural” literature is produced by authors who write across cultural and national boundaries and who transcend in their lives and creative production the borders of a single culture. Dagnino’s book contains a creative rendition of interviews conducted with five internationally renowned writers—Inez Baranay, Brian Castro, Alberto Manguel, Tim Parks, and Ilija Trojanow—and a critical exegesis reflecting on thematical, critical, and stylistical aspects.

"In this thought-provoking study, Arianna Dagnino is concerned to identify a cohort of writers who, in the ease with which they move between domiciles, languages and cultures, find themselves ahead of the pack in expressing a newly emergent transcultural sensibility. In a series of interviews, intercut with her own diary entries and treated to a light process of fictionalization – which is brought off with a novelist’s skilled hand – five writers present their reflections on their genesis, their present situation, and their future aims in a more and more globalized world, reflections which are never less than interesting and are often far-sighted. Their comments are in turn interrogated by Dagnino and set in a wider framework of transcultural theory. Transcultural Writers and Novels in the Age of Global Mobility is a significant contribution to a growing body of work on the metamorphosis of literary culture in times of dissolving cultural boundaries." – Nobel Laureate J M Coetzee, The University of Adelaide
http://blogs.ubc.ca/transculturalwriters/
http://www.thepress.purdue.edu/titles/format/9781557537065
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